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Dal sopralluogo alla metamappa

Come prende forma l’esperienza digitale di un territorio. Il caso Ostra come anatomia di un metodo.

Un borgo che chiede di essere attraversato

Ostra — Montalboddo fino al 1881 — è un borgo medievale dell’entroterra anconetano, cinto da oltre un chilometro di mura del Trecento e scandito da nove torrioni a pianta quadrata ancora in piedi. Si divide in due anime: Ostra alta, con la sua trama di vie anulari e tortuose, e Ostra bassa, ordinata e simmetrica, cresciuta attorno all’abbazia di Santa Croce. Al centro, Piazza dei Martiri raccoglie il Palazzo comunale neoclassico, la Torre civica e il Teatro La Vittoria, che custodisce ancora il sipario originale e macchinari scenici funzionanti.

È un patrimonio diffuso, fatto di stratificazioni e dettagli: gli affreschi nelle chiese, le porte aperte sulle mura, gli scorci sulla valle del Misa. Esattamente il tipo di patrimonio che una fotografia non basta a comunicare, perché il suo valore non sta in un’immagine ma nella relazione tra i luoghi — nel fatto di poterli attraversare. Per questo Ostra non chiede di essere fotografata. Chiede di essere attraversata anche da chi è lontano. Ed è da qui che parte il metodo.

Prima fase: la cattura. Si comincia dal territorio

La tentazione, in un lavoro di questo tipo, sarebbe partire dallo schermo. Noi partiamo dal luogo. La prima fase è sempre un sopralluogo e una campagna di riprese in loco: non si costruisce un’esperienza credibile di un territorio senza averlo abitato, sia pure per il tempo necessario a comprenderne la luce, i ritmi, i punti di vista che contano.

In questa fase raccogliamo due materie prime distinte. Le riprese video, che restituiscono il movimento e l’atmosfera, e le fotografie sferiche a 360 gradi, che costituiscono la struttura portante del futuro tour virtuale: ciascuna è un punto di stazionamento da cui l’utente potrà guardarsi attorno a piacimento. La scelta di dove posizionare quei punti — su quale soglia, in quale punto della piazza, davanti a quale affresco — è già una scelta narrativa. Non si documenta tutto; si seleziona ciò che merita di diventare nodo di un percorso.

Seconda fase: la post-produzione. Rendere leggibile

Il materiale grezzo non è esperienza. È condizione di possibilità dell’esperienza. Tornati in studio, ogni ripresa attraversa una fase di post-produzione che ha un obiettivo preciso e spesso sottovalutato: la leggibilità.

Un territorio reale ha ombre dure, dislivelli di esposizione, dettagli che la macchina registra ma l’occhio fatica a cogliere su uno schermo. Il lavoro di post-produzione — correzione del colore, bilanciamento, montaggio — non serve ad abbellire, serve a far sì che ciò che era evidente sul posto resti evidente a distanza. È un atto di traduzione: dalla fedeltà del dato alla chiarezza della percezione. Senza questo passaggio, anche il materiale tecnicamente migliore resta opaco.

Terza fase: la ricostruzione spaziale. Dall’immagine allo spazio

Le fotografie sferiche, una volta lavorate, vengono caricate sulla piattaforma 3DVista e collegate tra loro. È il momento in cui un insieme di immagini diventa uno spazio. Da una serie di punti isolati nasce un percorso navigabile: l’utente non guarda Ostra, entra a Ostra, decide dove andare, sceglie se salire verso la Rocca o restare nella piana, torna sui suoi passi.

Questo passaggio segna la differenza più profonda rispetto alla logica del video. Il video propone una sequenza decisa da altri; il tour virtuale restituisce all’utente la libertà di movimento. È una differenza che riguarda il potere: chi attraversa lo spazio digitale non è spettatore di un racconto già confezionato, ma soggetto attivo di una visita. Per un territorio, significare offrire non una vetrina, ma una soglia.

Quarta fase: la voce del territorio. Quando l’istituzione si racconta

Qui il metodo compie il suo passo più delicato e, crediamo, più significativo. Una visita immersiva senza voce è muta: spazio senza significato. La questione è di chi debba essere quella voce.

La scelta che abbiamo adottato per Ostra è che a parlare sia il territorio stesso, attraverso la propria rappresentanza istituzionale. Abbiamo ricostruito l’avatar della sindaca, scritto gli script delle sue narrazioni e inserito la sua presenza all’interno del tour su 3DVista. Non è un dettaglio scenografico. È una scelta di principio.

Quando a fare da guida è una figura esterna — una voce neutra, un narratore anonimo — il territorio viene rappresentato. Quando a guidare è chi quel territorio lo amministra e lo rappresenta per mandato, il territorio si racconta da sé. È la differenza tra essere oggetto di uno sguardo e essere soggetto di una narrazione. La presenza della sindaca dentro lo spazio digitale non aggiunge solo autorevolezza e fiducia: stabilisce che la comunità è custode e autrice della propria immagine, non materia prima di un racconto altrui.

La scrittura degli script, in questa fase, è disciplina editoriale a tutti gli effetti. Decidere cosa si dice, in quale ordine, con quale registro, davanti a quale luogo, significa costruire la drammaturgia della visita. Un avatar ben modellato che pronuncia parole sbagliate è un fallimento; la qualità del contenuto conta quanto la qualità della tecnologia che lo veicola.

Quinta fase: gli hotspot. La conoscenza su richiesta

Lo spazio è navigabile, la voce lo abita. Restano i dettagli: le opere, gli episodi, le stratificazioni che fanno la profondità di un luogo. Per questi abbiamo inserito nel tour una rete di hotspot — punti interattivi che, attivati dall’utente, restituiscono la spiegazione di un’opera, di un particolare architettonico, di un frammento di storia.

La logica dell’hotspot è quella della conoscenza su richiesta. Non si impone all’utente un sovraccarico informativo; gli si offre la possibilità di approfondire ciò che lo incuriosisce, quando lo incuriosisce. È un secondo strato che si sovrappone a quello spaziale: chi vuole solo attraversare attraversa, chi vuole capire trova la chiave per farlo. Questa stratificazione rispetta i diversi modi in cui le persone visitano — di corsa o in profondità — senza penalizzarne nessuno.

Sesta fase: la metamappa. Il tessuto connettivo

L’ultima fase è quella che tiene insieme tutte le altre. Abbiamo costruito e poi popolato una metamappa: non una semplice piantina, ma il livello di orientamento e di relazione che organizza l’intera esperienza.

Se il tour virtuale è lo spazio e gli hotspot sono i dettagli, la metamappa è la mente del sistema: il luogo in cui i punti smettono di essere isolati e diventano un insieme leggibile. Mostra dove ci si trova, cosa c’è intorno, come le parti si connettono. È, in senso proprio, un’infrastruttura cognitiva: trasforma una collezione di contenuti in una geografia comprensibile. Costruirla significa progettare la struttura; popolarla significa riempirla di tutto ciò che le fasi precedenti hanno prodotto. È il passaggio in cui il lavoro frammentato diventa un’unica esperienza coerente.

Perché un metodo, e perché questo metodo

Descrivere tutto questo come sequenza di fasi non è un esercizio di trasparenza fine a sé stessa. È il modo in cui crediamo vada affrontata la digitalizzazione culturale dei territori minori: come metodo replicabile, non come evento irripetibile.

Ogni fase che abbiamo descritto — la cattura sul campo, la traduzione in leggibilità, la ricostruzione spaziale, l’innesto della voce istituzionale, la stratificazione interpretativa, l’orchestrazione nella metamappa — è una competenza trasferibile. Ciò che funziona a Ostra può funzionare in centinaia di borghi italiani che condividono la stessa condizione: patrimonio ricco, presenza digitale assente. Il valore non sta nell’aver realizzato un buon tour di un buon borgo. Sta nell’aver definito una procedura che rende quel risultato ottenibile altrove, in modo sistematico.

E sta in una scelta di fondo che attraversa l’intero processo: l’idea che i territori non metropolitani non vadano raccontati dall’esterno come pittoreschi residui da preservare, ma messi nelle condizioni di raccontarsi da sé, con la propria voce, dentro lo spazio digitale dove oggi si gioca buona parte della loro visibilità. La tecnologia immersiva, in questa prospettiva, non è un fine. È lo strumento attraverso cui un luogo recupera il diritto di esistere — e di spiegarsi — anche per chi è lontano.

Ostra continua a sorgere sulla sua collina, cinta dalle mura del Trecento, affacciata sulla valle del Misa. Continuerà a farlo per chi avrà la fortuna di salirvi a piedi. Il metodo che stiamo costruendo serve a tutti gli altri: a fare in modo che quel borgo, e i molti come lui, abbiano nel digitale non un’ombra sbiadita, ma una presenza piena, attraversabile e narrata dalla propria voce.

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Nassau Heritage Loop

Cosa il Museo Nazionale delle Bahamas ha trovato in un’impresa del Lazio

Una piattaforma italiana di digitalizzazione esperienziale del patrimonio culturale è stata scelta da uno dei principali musei dei Caraibi. È un dettaglio che racconta più cose di quante sembri.

Nell’immaginario di chi atterra a Nassau, capitale delle Bahamas, ci sono spiagge bianche, acque turchesi, resort all-inclusive. È l’immagine che il marketing turistico caraibico ha costruito per decenni e che continua a funzionare benissimo: ogni anno il porto di Nassau accoglie oltre quattro milioni di crocieristi, quasi sempre in transito per poche ore.

C’è però un’altra Nassau, meno nota, che il Museo Nazionale delle Bahamas custodisce e prova a raccontare ai visitatori. È la Nassau dei popoli Lucayan, primi abitanti dell’arcipelago prima del contatto coloniale. È la Nassau dell’epoca spagnola e britannica, con i suoi forti e le sue fortificazioni urbane. È la Nassau dell’eredità africana, della diaspora, del lungo percorso verso l’indipendenza. È la Nassau marittima dei pirati caraibici, delle rotte commerciali, della relazione complessa con il mare. Diversi livelli di storia stratificati nello stesso luogo fisico, che il museo nazionale cerca di trasmettere ai visitatori — quasi sempre, ai crocieristi con poche ore a disposizione e una varietà linguistica enorme.

Per fare questo lavoro, il Museo Nazionale delle Bahamas ha scelto una soluzione progettata da un’impresa italiana, Italy VR Experience. La piattaforma si chiama SATI — Smart Analytics for Tourism Intelligence — ed è una delle prime applicazioni mature di un approccio che sta cambiando il modo in cui i musei internazionali pensano la propria relazione con il visitatore.

La scelta

Il punto interessante non è tanto cosa fa SATI — una mappa cartacea con tag NFC che attiva un’esperienza multilingue immersiva, accessibile da qualsiasi smartphone senza app da scaricare — quanto perché un’istituzione caraibica abbia scelto un fornitore italiano per realizzarla.

Le opzioni a disposizione di un museo nazionale di un paese anglofono sono molte. Esistono fornitori statunitensi e britannici specializzati in audio-guide museali da decenni. Esistono soluzioni asiatiche, particolarmente avanzate sul fronte della realtà aumentata. La scelta di un partner italiano richiede una spiegazione che va oltre il rapporto qualità-prezzo.

La risposta sta in un aspetto culturale prima ancora che tecnologico: il design di un’esperienza che racconta storia stratificata è un mestiere che l’Italia conosce bene. Non perché abbiamo “più storia” di altri paesi — affermazione vuota e provinciale — ma perché generazioni di operatori del patrimonio italiano hanno dovuto, di necessità, imparare a far convivere narrativamente epoche diverse nello stesso luogo fisico. Un’area archeologica italiana ha quasi sempre stratificazioni che vanno dal preistorico al medievale, e i conservatori e i divulgatori italiani hanno sviluppato un linguaggio per gestire questa complessità.

Quando il Museo Nazionale delle Bahamas ha dovuto progettare un’esperienza che raccontasse contemporaneamente l’era pre-coloniale, il periodo coloniale, l’eredità africana e il patrimonio marittimo, ha cercato qualcuno che sapesse maneggiare narrazioni multiple senza renderle confuse. Quel qualcuno parlava italiano.

Cosa è stato realizzato

Il progetto, completato nel 2026, ha digitalizzato parte degli attrattori principali di Nassau, in un formato che si attiva attraverso una mappa fisica. Il visitatore acquista la mappa, la inquadra con il proprio smartphone, sceglie la lingua tra quelle disponibili — incluse cinese, spagnolo, inglese, francese e italiano — e avvia una visita guidata da degli avatar digitale. 

L’effetto è quello di trasformare una visita che, per la maggior parte dei crocieristi, durerebbe pochi minuti in un’esperienza che può essere modulata, a seconda dell’interesse del visitatore. 

Una caratteristica meno appariscente ma altrettanto rilevante è la generazione continua di dati. Ogni mappa attivata, ogni lingua scelta, ogni punto di interesse visitato genera informazione che alimenta una dashboard a disposizione della direzione del museo. Per la prima volta nella sua storia, il Museo Nazionale delle Bahamas dispone di analytics granulari sul proprio pubblico: provenienza, lingue, percorsi preferiti, tempi di permanenza, picchi di affluenza. Sono i dati che permetteranno, nei prossimi anni, di calibrare la programmazione del museo su basi quantitative.

Cosa significa per l’Italia

A questo punto la domanda interessante è: cosa racconta questo episodio del rapporto tra Italia e innovazione internazionale?

Il discorso pubblico italiano sul “made in Italy” si concentra quasi sempre su settori consolidati: moda, design, agroalimentare, manifattura di alta gamma. Sono settori importanti, ma anche scontati. Quello che racconta meno è la quota crescente di imprese italiane che esportano competenze in ambiti meno visibili ma più strategici — la gestione del patrimonio culturale, la progettazione di esperienze immersive, le tecnologie applicate ai beni culturali e al turismo.

Italy VR Experience è una di queste imprese. Ha sviluppato la sua tecnologia lavorando su siti italiani “minori”, dove la complessità delle stratificazioni storiche e la necessità di farsi capire da visitatori internazionali con poche risorse a disposizione hanno forzato un processo di innovazione orientato al concreto. E ha portato quella competenza sui mercati internazionali quando si è presentata l’occasione.

Questo modello — innovazione che nasce nelle aree interne, si misura su problemi locali, e si esporta verso contesti analoghi nel mondo — è uno dei dispositivi più interessanti dello sviluppo dei territori italiani fuori dai grandi poli. Non è una storia di “fuga dei cervelli all’estero” né di “talento italiano riconosciuto solo fuori”. È una storia di impresa che resta dove è nata e ne fa la propria base operativa internazionale.

Quello che ancora non sappiamo

Bisogna essere onesti su un punto: il progetto Bahamas è da poco operativo, e i primi dati di visita arriveranno nei prossimi mesi. Sapremo allora se l’esperienza ha effettivamente cambiato il comportamento dei visitatori — i tempi di permanenza, il tasso di completamento dei percorsi, la propensione a tornare, l’impatto sulla soddisfazione complessiva della visita.

Questi numeri saranno interessanti da seguire, perché il caso Bahamas ha caratteristiche che lo rendono un piccolo laboratorio del turismo culturale globale: pubblico molto eterogeneo, tempo di visita molto compresso, asimmetria culturale forte tra visitatori e luogo visitato. Sono le stesse condizioni che troviamo, in scala diversa, in molti dei nostri siti italiani esposti al turismo crocieristico e di massa.

Per ora resta il dato di partenza: un museo nazionale di un paese caraibico ha cercato in Italia, e specificamente in un’impresa di una provincia non metropolitana, le competenze per progettare la propria esperienza visitatore. È un dettaglio che racconta come l’innovazione culturale italiana stia trovando spazi di mercato lontani dai radar consueti — e che vale la pena raccontare ogni volta che si presenta l’occasione.

Prima di concludere vorrei invitarti a provare tu stesso i contenuti che abbiamo prodotto: visita il sito www.museuminbox.it/nassau e se ti va raccontaci la tua esperienza sui social, ci trovi come @italyvrexperience

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Ostra: il borgo medievale delle Marche ricco di storia e tesori nascosti

Ostra, un affascinante borgo medievale nelle Marche, è una meta turistica tutta da scoprire. Passeggiando per le sue vie acciottolate, ti immergerai in secoli di storia, ammirando dettagli architettonici unici e piccoli tesori spesso nascosti a uno sguardo superficiale.

Un dedalo di vicoli e architetture storiche

I caratteristici vicoli di Ostra si snodano tra antiche mura in mattoni, creando un dedalo affascinante. Archi, volte e facciate decorate testimoniano la ricca tradizione artistica e artigianale del luogo, frutto di secoli di storia.

SATI: la tecnologia che rende visibile l’invisibile

Per valorizzare appieno il patrimonio storico e culturale di Ostra, entra in gioco SATI (Smart Analytics for Tourism Intelligence). Questo innovativo sistema trasforma gli elementi architettonici e le storie nascoste in esperienze coinvolgenti e dati preziosi per promuovere il territorio.

Un’esperienza immersiva per scoprire Ostra passo dopo passo

Grazie a SATI, visitare Ostra diventa un’esperienza immersiva. Non si tratta solo di “vedere” il borgo, ma di scoprirlo davvero, passo dopo passo, attraverso racconti interattivi e dettagli che prendono vita.

Jazz’inn: il primo banco di prova di un progetto ambizioso

Il Jazz’inn sarà il primo punto di interesse a beneficiare di questa tecnologia. Ma il potenziale di SATI è molto più ampio: Ostra è solo l’inizio. Questo sistema innovativo può far risplendere i tanti borghi nascosti d’Italia, trasformandoli in destinazioni dinamiche e coinvolgenti.

Nuove opportunità per visitatori e comunità locali

SATI offre nuove opportunità non solo ai turisti, ma anche alle comunità locali. Gli abitanti potranno riscoprire e condividere con rinnovato orgoglio il proprio patrimonio. L’incontro tra storia e innovazione diventa così uno strumento potente per far rivivere questi luoghi straordinari.

Scopri Ostra, il borgo medievale delle Marche che custodisce tesori tutti da scoprire. Con SATI, questo affascinante luogo è pronto ad accoglierti per un’esperienza indimenticabile tra storia, arte e tecnologia.

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Carta e pixel: il giorno in cui 130 anni di storia hanno dialogato con una startup di un anno

 

Sabato 18 aprile ero a Torino, sul palco di Frontiers · The Content Industry Summit, accanto a Cristiana Baietta del Touring Club Italiano e a Fabrizio Gea della Fondazione Canavese2030. In mezzo a noi, apparentemente, un abisso: 130 anni di storia editoriale da una parte, dodici mesi di startup dall’altra.

Apparentemente.

 

 


La storia che dura da 130 anni

Il Touring Club Italiano è un’istituzione nel senso più pieno del termine. Nato nel 1894, ha accompagnato generazioni di italiani e viaggiatori internazionali alla scoperta dei nostri territori attraverso le sue guide cartacee — enciclopedie del bello che ancora oggi nessun algoritmo riesce a replicare nella profondità editoriale e nell’autorevolezza culturale. Centinaia di migliaia di persone devono al TCI la scoperta di borghi, chiese, paesaggi e tradizioni che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra.

Una missione straordinaria, portata avanti con rigore e passione per oltre un secolo.

Eppure il mondo è cambiato. I giovani non comprano guide cartacee: scorrono TikTok, chiedono a ChatGPT, si affidano ai reel. Il consumo di informazioni si è frammentato, velocizzato, digitalizzato. Una sfida enorme per chi ha costruito la propria identità sulla carta stampata — e una responsabilità altrettanto grande per chi, come noi, vuole costruire qualcosa di nuovo su quello stesso patrimonio di senso.


La storia che ha un anno di vita

Italy VR Experience è nata nel 2024. Un neonato rispetto ai 130 anni del Touring. Ma siamo partiti da un presupposto diverso: il contenuto culturale è eterno, il modo di raccontarlo deve essere contemporaneo.

Con SATI — la nostra piattaforma phygital di turismo intelligente — usiamo realtà virtuale, realtà aumentata e intelligenza artificiale per portare i visitatori dentro la storia dei luoghi, non solo davanti. Non vendiamo guide: creiamo esperienze immersive, mappiamo il patrimonio culturale in modo interattivo, forniamo alle pubbliche amministrazioni dati precisi e anonimi sui flussi di visitatori. Un modello completamente diverso da quello tradizionale dell’editoria turistica.

Eppure — e qui sta il paradosso che amo di più — non abbiamo abbandonato la carta. La nostra Meta Mappa è fisica, tascabile, tangibile. La tieni in mano, la pieghi, la porti con te. Perché il digitale non è il nemico dell’analogico: è il suo alleato più potente, quando i due sanno parlarsi.


Il paradosso che ci unisce

Sul palco di Frontiers ho capito qualcosa che sapevo già, ma che aveva bisogno di un confronto vivo per diventare convinzione: un’istituzione centenaria e una startup di un anno parlano la stessa lingua.

La bellezza dell’Italia merita di essere raccontata. Con ogni mezzo possibile. Alla nuova generazione, nel modo in cui vuole ascoltare.

Non si tratta di scegliere tra carta e pixel. Si tratta di riconoscere che il patrimonio culturale italiano è così ricco, così stratificato, così inesauribile, che merita tutti i linguaggi: le parole precise di una guida TCI, le coordinate di una mappa digitale, il brivido di una visita virtuale, il QR code su una piazza di borgo. La sfida non è sopravvivere al cambiamento — è guidarlo.

Questo è il filo che ha attraversato tutta la conversazione con Cristiana Baietta, e che Fabrizio Gea ha saputo tenere vivo con la sensibilità di chi conosce i territori dall’interno, non solo dalle mappe.


Cosa mi porto a casa

Torino è stata, per me, una conferma e un rilancio.

Una conferma: che SATI si muove nella direzione giusta. Il dialogo con il Touring Club Italiano non era quello tra un gigante e un outsider — era quello tra due soggetti che hanno scelto di stare dalla stessa parte, quella del patrimonio culturale come valore da proteggere e da rendere accessibile. In modi diversi, con strumenti diversi, con storie diverse. Ma con lo stesso obiettivo.

Un rilancio: perché vedere come un’istituzione di quella portata stia cercando di reinventarsi senza tradire la propria identità mi ha dato energia. È esattamente quello che proviamo a fare anche noi, su scala diversa: costruire qualcosa di nuovo che abbia radici vere.

Grazie a Cristiana Baietta per la generosità del confronto, e a Fabrizio Gea per aver creato lo spazio per questo dialogo. Grazie a ICCI hub Italian Cultural Content Industry, a Marzia Camarda e a tutta l’organizzazione di Frontiers per aver immaginato un evento in cui queste conversazioni sono possibili.

Il patrimonio culturale italiano è il più grande asset che abbiamo come Paese. Imparare a raccontarlo nel 2025 — a chi ha vent’anni, a chi arriva dall’altra parte del mondo, a chi non sa ancora di volerlo scoprire — è una delle sfide più belle a cui si possa dedicare il proprio lavoro.

Noi ci stiamo provando. Con una mappa in mano e uno schermo nell’altra.

Alfonso Consalvo, CEO & Founder di Italy VR Experience S.r.l.

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Il turismo che non si vede — e come SATI impara a misurarlo

Quanti turisti hanno davvero visitato quel borgo la scorsa estate? Quanto tempo ci sono rimasti? Quali percorsi hanno preferito, quali negozi hanno ignorato? Sono domande che ogni comune, museo e destinazione turistica si pone ogni anno — e a cui, troppo spesso, nessuno riesce a rispondere con dati affidabili.

È questo il vuoto che SATI — Smart Analytics for Tourism Intelligence — ha deciso di colmare.  SATI è una piattaforma phygital brevettata che restituisce alle destinazioni turistiche la capacità di conoscere se stesse. Non attraverso sondaggi occasionali o statistiche aggregate con mesi di ritardo, ma in tempo reale, con un metodo scientifico e un’infrastruttura leggera, scalabile, già operativa.

Cosa abbiamo costruito

SATI è una piattaforma phygital brevettata che restituisce alle destinazioni turistiche la capacità di conoscere se stesse. Il meccanismo centrale è la Meta Mappa: una mappa digitale interattiva distribuita ai turisti prima e durante la visita. Non un’app da scaricare, non un totem da installare — uno strumento che il visitatore usa spontaneamente perché lo aiuta davvero a esplorare meglio. Ogni interazione genera un dato anonimo che alimenta il nostro algoritmo di stima proprietario.

L’algoritmo combina tre fonti: i dati di utilizzo della Meta Mappa (peso 40%), le variazioni di connessione alla rete WiFi pubblica (35%), e il rapporto sosta/transito rilevato da sensori ottici come il Milesight VS125-P (25%). Il risultato è una stima del flusso turistico reale — non dichiarato, non campionato — con una precisione difficilmente raggiungibile con gli strumenti tradizionali.

Un punto che ci tengo sempre a sottolineare: SATI non traccia singoli individui. Tutti i dati sono aggregati e anonimi, nel pieno rispetto del GDPR. Per le pubbliche amministrazioni con cui lavoriamo, questo non è un dettaglio tecnico — è spesso il presupposto che rende possibile la conversazione.

La piattaforma integra anche moduli di realtà aumentata e virtuale per la valorizzazione dei siti storici (“Point & See”), strumenti di analisi semantica dei contenuti generati dagli utenti, e un’architettura aperta compatibile con i sistemi già in uso dalle PA. Il sistema è protetto dal brevetto UIBM n. 102025000007887, depositato il 10 aprile 2025, con report di ricerca EPO già ricevuto dall’Aia.

Il riconoscimento che ha cambiato la prospettiva

Nel 2025 è arrivata una notizia che ha cambiato il modo in cui guardiamo al percorso che stiamo facendo.

Fondazione CHANGES — il partenariato esteso del PNRR che coinvolge la Sapienza Università di Roma e altri atenei e centri di ricerca nazionali — ci ha selezionati nell’ambito del bando per la valorizzazione degli asset immateriali delle startup innovative. Una Commissione scientifica indipendente ha esaminato la nostra proposta — “Sistema interattivo per accesso controllato a contenuti digitali di tipo turistico, informativo, promozionale o ludico” — e ha deciso di investire: licenza non esclusiva a €50.000 (Prot. CHANGES-BAN-0007, CUP: B83D22001210006).

Voglio essere preciso su cosa significa questo risultato, perché è facile confonderlo con altri tipi di riconoscimento. Non è un premio di pitch. Non è l’ammissione a un acceleratore. È un soggetto terzo autorevole — istituzionale, accademico, finanziato dal PNRR — che ha analizzato nel merito la nostra tecnologia e ha scelto di investirci. Per noi, startup nata nel 2024 nel Sannio campano, la differenza non è sottile.

SATI non genera valore solo nel mercato B2G delle pubbliche amministrazioni. Genera valore nel perimetro della ricerca e dell’innovazione culturale italiana. Questa è una consapevolezza nuova, e ci apre strade che all’inizio non avevamo immaginato.

Tutto questo è stato costruito insieme a un team straordinario: Valentino Vitale, Alessandro Ciotola — e a tutte le persone che in questi mesi hanno creduto nel progetto, tra cui Loris Lanzellotti e la rete di Fondazione Ampioraggio, che ci ha dato uno spazio per raccontare questa storia.

Il percorso è appena cominciato. Ma oggi sappiamo che la direzione è quella giusta.

Alfonso Consalvo, CEO e Founder di Italy VR Experience S.r.l. e co-inventore della piattaforma SATI.

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