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Intelligenza artificiale: tra entusiasmo, dubbi e responsabilità umana

Le riflessioni del filosofo britannico Barry Smith rappresentano una voce importante nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale. In un contesto dominato spesso da narrazioni polarizzate — tra entusiasmo salvifico e scenari apocalittici — Smith introduce un elemento prezioso: il dubbio critico. Il suo messaggio è chiaro: non dobbiamo trasformare l’intelligenza artificiale in una nuova religione tecnologica. Secondo Smith, molte delle promesse associate all’AI contemporanea risultano sovrastimate. L’idea di una imminente AGI — una superintelligenza artificiale generale capace di superare l’uomo — viene da lui considerata poco realistica. L’intelligenza artificiale, sostiene, continuerà certamente a migliorare, ma come insieme di strumenti statistici e predittivi sempre più sofisticati, non come coscienza autonoma o mente artificiale paragonabile a quella umana. È una posizione interessante e, sotto molti aspetti, condivisibile. Anzitutto perché ci aiuta a contrastare una forma crescente di determinismo tecnologico. Oggi il rischio è pensare che ogni evoluzione tecnica sia inevitabile, neutrale e automaticamente benefica. Ma la storia dimostra che nessuna tecnologia è neutrale: dipende sempre dai fini politici, economici, culturali e sociali verso cui viene orientata. Smith richiama inoltre un tema fondamentale: la centralità delle competenze profonde. In un momento in cui università, imprese e istituzioni rincorrono corsi, certificazioni e programmi AI, egli mette in guardia contro il rischio di una formazione superficiale, accelerata, orientata più al mercato che alla qualità del pensiero. È un punto decisivo. Nell’era dell’intelligenza artificiale non serviranno soltanto competenze tecniche. Serviranno capacità di interpretazione, pensiero critico, cultura interdisciplinare, responsabilità etica, comprensione dei contesti, capacità relazionali e discernimento.

In questo senso, discipline come filosofia, linguaggio, epistemologia, psicologia, pedagogia ed etica tornano ad assumere una funzione centrale.  Condivido inoltre la sua idea secondo cui l’AI debba essere concepita come supporto e non sostituzione dell’essere umano. In medicina, nella formazione, nella sicurezza, nell’organizzazione del lavoro, l’intelligenza artificiale può rafforzare le capacità umane, migliorare analisi, accelerare processi e aumentare l’efficacia decisionale. Ma il centro deve restare la persona.  Ed è qui che il concetto di “umanità aumentata” assume il suo significato più autentico: non sostituire l’uomo con la macchina, ma utilizzare la tecnologia per rafforzare conoscenza, inclusione, prevenzione, solidarietà, partecipazione e giustizia sociale.  Tuttavia, proprio partendo da queste stesse premesse, credo sia necessario introdurre anche alcuni elementi di cautela rispetto alle posizioni di Smith. Pur condividendo il suo scetticismo verso la retorica della “superintelligenza”, ritengo infatti che la trasformazione antropologica e sociale generata dall’AI sia già oggi estremamente rilevante. Anche senza una vera AGI, stiamo già assistendo a: crescente delega cognitiva, dipendenza decisionale dagli algoritmi, manipolazione informativa, erosione dell’attenzione, trasformazione delle relazioni sociali, concentrazione del potere nelle Big Tech, nuove fragilità educative e culturali. Il rischio, quindi, non è soltanto tecnologico. È democratico, cognitivo e sociale. Per questo il dibattito sull’intelligenza artificiale non può essere lasciato esclusivamente agli ingegneri, ai mercati finanziari, alle piattaforme digitali, alle grandi corporation tecnologiche. Servono governance democratica, alfabetizzazione critica, nuove politiche formative, tutela delle fragilità, pluralismo culturale, regolazione trasparente, partecipazione sociale. La vera sfida del nostro tempo non è decidere se usare o meno l’intelligenza artificiale. La vera sfida è decidere quale idea di società vogliamo costruire attraverso di essa. E forse la domanda più importante resta proprio questa: non se le macchine diventeranno più intelligenti di noi,  ma se noi sapremo restare pienamente umani mentre le costruiamo e le utilizziamo.

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Umanità aumentata o umanità indebolita?

L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una straordinaria rivoluzione tecnologica. E certamente lo è. Ma alcune riflessioni recenti ci aiutano a comprendere che la vera posta in gioco potrebbe essere ancora più profonda: antropologica, morale e democratica. Tra queste merita particolare attenzione l’analisi proposta da Paolo Benanti sul concetto di “Seemingly Conscious AI” (SCAI), elaborato da ricercatori di Microsoft AI. L’espressione indica sistemi di intelligenza artificiale che non sono coscienti nel senso proprio del termine, ma che manifestano caratteristiche tali da indurre gli utenti ad attribuire loro intenzionalità, emozioni, consapevolezza e persino sensibilità morale. È un passaggio cruciale. La questione non riguarda più soltanto l’efficienza degli algoritmi o il loro impatto economico. Riguarda il modo in cui l’essere umano si relaziona con sistemi che simulano la presenza, l’empatia e l’interazione sociale. I ricercatori individuano alcuni elementi che favoriscono questa attribuzione come l’apparente capacità affettiva, l’antropomorfismo, l’autonomia, l’auto-riflessione simulata, l’interazione sociale continua.  Non si tratta di fantascienza. È qualcosa che sta già avvenendo.  Sempre più persone instaurano relazioni emotive con chatbot e assistenti AI, confidano problemi personali, cercano conforto, attribuiscono empatia, sviluppano dipendenza relazionale, sperimentano perfino forme di lutto in caso di interruzione del servizio.

Il punto centrale sollevato da Benanti è straordinariamente importante: il rischio non è che le macchine diventino umane, ma che l’essere umano modifichi lentamente le proprie disposizioni morali e relazionali nel rapporto con esse. Da qui nasce il concetto di “atrofia morale”. Se ci abituiamo quotidianamente a relazioni simulate,  a ignorare sofferenze artificialmente rappresentate, a delegare giudizi, a sostituire relazioni umane con interazioni algoritmiche, a fidarci di sistemi opachi senza comprenderli,  potremmo progressivamente indebolire l’empatia, l’autonomia, il pensiero critico, la responsabilità personale, la capacità relazionale. È una riflessione che richiama grandi tradizioni filosofiche. Immanuel Kant intuiva già che il modo in cui trattiamo gli esseri viventi influenza la nostra sensibilità morale. Hannah Arendt ci ha insegnato quanto le abitudini quotidiane possano modificare profondamente il senso della responsabilità individuale e collettiva. Oggi questa riflessione si estende alle tecnologie relazionali.  La questione diventa allora politica e sociale.

Che cosa accade a una società nella quale gli adolescenti preferiscono relazioni artificiali a quelle reali,  gli anziani trovano compagnia solo negli assistenti virtuali, la solitudine viene gestita attraverso algoritmi, la formazione del giudizio viene delegata progressivamente alle macchine.  Non si tratta di demonizzare l’intelligenza artificiale. Sarebbe un errore tanto quanto l’entusiasmo acritico. La vera sfida è governare l’innovazione senza perdere l’umano.

Per questo servono educazione critica, alfabetizzazione digitale profonda, formazione etica, governance democratica, tutela delle fragilità, nuove competenze relazionali e cognitive. E serve soprattutto una nuova idea di innovazione umanocentrica.  Qui il concetto di “umanità aumentata” assume un significato autentico ovvero non sostituire la persona con la macchina, ma utilizzare la tecnologia per rafforzare conoscenza, inclusione, solidarietà, libertà, partecipazione, giustizia sociale. L’intelligenza artificiale potrà essere uno straordinario strumento di emancipazione oppure un acceleratore di fragilità cognitive e relazionali. La differenza la farà la qualità culturale, educativa e democratica delle società che la governeranno. La vera domanda non è se le macchine sembreranno sempre più umane.

La vera domanda è se noi sapremo restare pienamente umani mentre le costruiamo e le utilizziamo.

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“Qualcosa è andato storto”: la crisi del sogno digitale e la necessità di una nuova Umanità aumentata

Il libro di Riccardo Luna, Qualcosa è andato storto, non è soltanto una riflessione sulla tecnologia. È il racconto di una delusione collettiva.

Per anni abbiamo pensato che Internet avrebbe reso il mondo più aperto, democratico, collaborativo. La rete sembrava destinata ad abbattere gerarchie, diffondere conoscenza, creare nuove opportunità di partecipazione e libertà. E invece, progressivamente, qualcosa si è incrinato.

I social network, nati per connettere le persone, sono diventati spesso macchine per catturare attenzione. Gli algoritmi premiano il conflitto più del dialogo, la velocità più della profondità, l’emozione immediata più del pensiero critico. Non è solo un problema tecnologico. È un cambiamento culturale e antropologico.

Il libro di Luna pone una domanda fortissima: quando abbiamo smesso di usare la tecnologia come strumento di emancipazione collettiva e abbiamo iniziato a subirla come meccanismo di dipendenza?

La riflessione diventa ancora più potente quando riguarda le giovani generazioni.
Non perché i ragazzi siano “peggiori” di ieri, ma perché vivono immersi in un ecosistema digitale progettato per competere costantemente per la loro attenzione. La trasformazione del riconoscimento sociale è evidente dalla competenza alla visibilità, dal sapere all’esposizione, dalla costruzione lenta di un percorso alla ricerca del consenso immediato.

Eppure il libro di Luna non è un manifesto contro la tecnologia. Al contrario: è l’appello di chi continua a credere che il digitale possa essere uno straordinario strumento di crescita umana, purché venga riportato dentro una visione etica, educativa e sociale. Ed è qui che il tema dell’“Umanità aumentata” acquista un significato profondo. L’umanità aumentata non può essere semplicemente l’aumento delle capacità tecniche delle macchine.
Deve diventare aumento della consapevolezza, della responsabilità, dell’inclusione, aumento della sicurezza, della qualità delle relazioni umane.

L’intelligenza artificiale, le piattaforme digitali, il web agentico e le nuove tecnologie possono diventare strumenti straordinari per combattere disuguaglianze, ridurre povertà educative, migliorare salute e sicurezza, favorire inclusione sociale e territoriale, creare nuove opportunità formative e lavorative.

Ma senza una governance culturale e valoriale, il rischio è opposto: società più connesse ma più sole, più veloci ma meno profonde, più tecnologiche ma meno umane.

Per questo esperienze associative come quelle promosse da NOI – Next Open Innovation e da Campania vision e progetti APS assumono un valore importante. Perché provano a costruire un’idea di innovazione che non separi mai tecnologia, educazione, coesione sociale e dignità della persona. Forse qualcosa è davvero andato storto.  Ma il futuro non è ancora scritto.

E la vera sfida dei prossimi anni sarà proprio di non fermare l’innovazione,  ma renderla finalmente più umana.

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Eolie, resilienza climatica e futuro del Mediterraneo: il Rapporto ASviS 2026 rafforza la nostra visione

La lettura del Rapporto di Primavera 2026 dell’ASviS (“Scenari per l’Italia al 2030 e al 2050”) rappresenta un passaggio particolarmente significativo per il percorso che stiamo sviluppando attorno all’idea del “Mediterranean Resilience Lab – Eolie Verdi” e alla nascita del CERISMED – Centro Studi Innovazione e Sviluppo Mediterraneo.

Il Rapporto, infatti, evidenzia con chiarezza come il cambiamento climatico, la crisi idrica, l’erosione degli ecosistemi, la vulnerabilità energetica e la necessità di nuove strategie di resilienza territoriale non costituiscano più questioni marginali o rinviabili, ma rappresentino il cuore delle grandi sfide economiche, sociali e civili dei prossimi decenni.

Particolarmente significativa è la riflessione sulla cosiddetta “bancarotta idrica globale”, sull’aumento degli eventi climatici estremi e sulla necessità di integrare sostenibilità ambientale, innovazione e governance pubblica.

In questo quadro, il progetto che stiamo immaginando per le Isole Eolie appare sempre più coerente con le traiettorie strategiche europee e mediterranee:

  • sicurezza e resilienza idrica;
  • tutela del mare e delle praterie di Posidonia;
  • contrasto all’erosione costiera;
  • adattamento climatico dei territori insulari;
  • energie rinnovabili e autonomia energetica;
  • innovazione scientifica e digitale;
  • partecipazione delle comunità locali;
  • cultura della sostenibilità e responsabilità intergenerazionale.

Le Eolie, infatti, non sono soltanto un patrimonio paesaggistico e turistico straordinario, ma possono diventare un vero laboratorio mediterraneo di resilienza climatica e sostenibilità integrale.

Il Rapporto ASviS sottolinea inoltre un elemento molto importante: la sostenibilità non è in contrasto con lo sviluppo economico, ma rappresenta sempre più un fattore di competitività, innovazione e stabilità sociale.

È una considerazione che rafforza ulteriormente la convinzione che investire oggi su:

  • resilienza climatica,
  • innovazione sostenibile,
  • modelli ESG,
  • ricerca scientifica,
  • transizione energetica,
  • gestione intelligente delle risorse naturali,

significhi costruire futuro e ridurre vulnerabilità.

Per questo motivo, il lavoro che NOI-Next Open Innovation e Campania vision e progetti APS stanno sviluppando in questi mesi assume un valore che va oltre la singola progettualità territoriale.

L’obiettivo è contribuire a costruire:

  • nuove alleanze tra ricerca, istituzioni, imprese e comunità;
  • una cultura mediterranea della resilienza;
  • un rapporto più equilibrato tra uomo e ambiente;
  • una visione dello sviluppo capace di integrare etica, innovazione e sostenibilità.

In tale prospettiva, anche il possibile dialogo con realtà scientifiche di eccellenza come il CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici potrebbe rappresentare un tassello strategico per rafforzare la credibilità scientifica e internazionale del percorso.

Il vero tema, infatti, non è soltanto “salvare” un territorio fragile, ma costruire una nuova consapevolezza culturale e civile sul futuro del Mediterraneo.

Le Eolie possono così diventare un simbolo concreto di una nuova idea di sviluppo:
più sostenibile, più resiliente, più umano.

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Salute mentale e “Umanità Aumentata”: la nuova frontiera dell’innovazione umana e sociale

Il recente rapporto dell’OCSE, “The Economic Case for Preventing Mental Ill Health”, ci consegna una riflessione che va ben oltre il tema sanitario.
Siamo di fronte ad un vero cambio di paradigma culturale.

Per molti anni la salute mentale è stata considerata una questione prevalentemente clinica, confinata all’interno dei sistemi sanitari o relegata ad una dimensione privata e individuale. Oggi, invece, emerge con forza una verità molto più ampia: il benessere psicologico rappresenta una delle principali infrastrutture invisibili delle società contemporanee.

L’OCSE evidenzia come oltre il 20% della popolazione dei Paesi OCSE e dell’Unione Europea conviva con disturbi mentali, con una crescita particolarmente significativa tra giovani, adolescenti e donne. Ansia, depressione, stress cronico, solitudine e disagio relazionale non sono più fenomeni marginali, ma elementi strutturali della nostra epoca.

E questo ha conseguenze enormi:
sulla qualità della vita, sulla partecipazione sociale, sulla produttività, sulla tenuta delle comunità, sulla fiducia nelle istituzioni e persino sulla crescita economica.

Il rapporto stima che la cattiva salute mentale possa ridurre il PIL medio dell’1,7% nei prossimi decenni, generando costi enormi per i sistemi sanitari, il mondo del lavoro e il welfare pubblico.

Ma forse il dato più importante è un altro.

L’OCSE ci dice implicitamente che la salute mentale non dipende soltanto dalla disponibilità di cure o psicoterapie. Dipende anche dalla qualità delle relazioni sociali, dalla sicurezza economica, dalla precarietà lavorativa, dalle disuguaglianze, dalla solitudine urbana, dall’uso problematico dei social media, dall’incertezza geopolitica, dalle paure ambientali e dalla fragilità dei legami comunitari.

In altre parole: la salute mentale è anche una questione sociale, educativa, territoriale e culturale.

Ed è proprio qui che questa riflessione entra profondamente in sintonia con il percorso che stiamo sviluppando come NOI – Next Open Innovation e come Campania vision e progetti APS.

Da tempo sosteniamo che l’innovazione non possa essere interpretata esclusivamente come accelerazione tecnologica, digitalizzazione o automazione dei processi. L’innovazione vera deve essere capace di migliorare concretamente la qualità della vita delle persone, ridurre le fragilità, rafforzare le comunità e generare inclusione.

È questo il cuore della nostra idea di “Umanità Aumentata”.

Un’espressione che non significa “sostituire” l’essere umano con la tecnologia, ma utilizzare conoscenza, innovazione, intelligenza artificiale e trasformazione digitale per rafforzare dignità, consapevolezza, sicurezza, relazioni e benessere umano.

Non può esistere “Umanità Aumentata” se aumentano ansia, isolamento, precarietà e vulnerabilità psicologica.

Ecco perché il rapporto OCSE assume per noi un valore strategico.

Esso ci invita a costruire una nuova alleanza tra:

  • innovazione tecnologica;
  • salute mentale;
  • inclusione sociale;
  • educazione;
  • lavoro dignitoso;
  • sicurezza;
  • welfare territoriale;
  • cultura delle relazioni.

Questo riguarda direttamente molti dei temi sui quali siamo impegnati.

Riguarda i progetti di cultura digitale inclusiva e di prossimità.
Riguarda le riflessioni sull’intelligenza artificiale e sul web agentico.
Riguarda la lotta alla povertà educativa e alle disuguaglianze territoriali.
Riguarda i giovani NEET, gli over 55, le periferie urbane e sociali.
Riguarda il lavoro e la sicurezza nei luoghi produttivi.

Anche il concetto stesso di sicurezza, oggi, deve evolvere.

Non basta più proteggere soltanto l’incolumità fisica delle persone.
Occorre affrontare anche:

  • stress lavoro-correlato;
  • burnout;
  • sovraccarico cognitivo;
  • isolamento digitale;
  • ansia da trasformazione continua;
  • fragilità relazionale nei contesti organizzativi.

La sicurezza del futuro sarà sempre più una sicurezza integrale della persona.

In questo senso, anche il progetto “Safety”, che stiamo contribuendo a sviluppare insieme ad una rete crescente di soggetti pubblici e privati, potrà trovare nuova forza in una visione più ampia della prevenzione e del benessere organizzativo.

L’OCSE ci ricorda inoltre che investire nella salute mentale non è soltanto eticamente giusto: è anche economicamente conveniente.

Le politiche di prevenzione, i programmi educativi, il supporto psicologico, i contesti lavorativi sani e le comunità inclusive producono benefici enormi:

  • riducono costi sanitari;
  • migliorano produttività e partecipazione;
  • rafforzano la coesione sociale;
  • aumentano resilienza e fiducia collettiva.

È un messaggio molto importante anche per il mondo delle istituzioni, delle imprese e della progettazione sociale.

Forse il vero rischio del nostro tempo non è soltanto quello di avere tecnologie troppo potenti, ma società troppo fragili per gestirle in modo umano.

Per questo motivo, parlare oggi di innovazione significa anche parlare di equilibrio psicologico, relazioni umane, dignità sociale e benessere diffuso.

La grande sfida dei prossimi anni non sarà semplicemente costruire macchine più intelligenti.

Sarà costruire comunità più umane.

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