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Il diritto a restare: giovani, talenti e futuro del Mezzogiorno

Per molti anni il dibattito sul Mezzogiorno è stato dominato da una contrapposizione sterile tra ottimismo e pessimismo. Da una parte chi descriveva il Sud come un territorio immobile e incapace di reagire. Dall’altra chi individuava in ogni segnale positivo la prova di un definitivo superamento del divario territoriale. La realtà è più complessa.

Negli ultimi anni il Mezzogiorno ha mostrato importanti segnali di vitalità. Gli investimenti del PNRR, la crescita dell’occupazione, il dinamismo di alcune filiere produttive, l’espansione di comparti innovativi come l’aerospazio e l’aumento dell’imprenditorialità giovanile testimoniano l’esistenza di energie economiche e sociali tutt’altro che marginali. Eppure, mentre alcuni indicatori migliorano, continua una dinamica che rischia di compromettere il futuro del territorio: la perdita progressiva del capitale umano più qualificato. Partono i giovani. Partono i laureati. Partono i professionisti. Partono i manager. La questione non riguarda soltanto i numeri, ma la qualità delle risorse che si allontanano. Quando un territorio perde una quota significativa delle proprie competenze più avanzate, non perde soltanto forza lavoro. Perde capacità di innovazione, leadership, reti professionali, capitale relazionale, capacità amministrativa e prospettive di sviluppo.

Il fenomeno assume una rilevanza ancora maggiore se si osserva che il Mezzogiorno investe nella formazione di questi giovani attraverso il sistema scolastico e universitario, mentre il rendimento di tale investimento viene spesso raccolto altrove. Siamo di fronte a una vera e propria questione nazionale. Il problema non è che i giovani si muovano. La mobilità è una componente naturale delle società aperte e della costruzione delle competenze.  Il problema nasce quando la mobilità diventa obbligata. Quando partire rappresenta l’unica possibilità percepita per realizzare le proprie aspirazioni professionali e personali.  Per questa ragione appare particolarmente interessante il concetto emergente del “Right to Stay”, il diritto a restare. Non un diritto alla permanenza passiva, ma il diritto a poter scegliere liberamente se restare, partire o tornare. La vera libertà non consiste soltanto nella possibilità di muoversi. Consiste nella possibilità di scegliere. Per costruire questo diritto occorre superare una visione esclusivamente economica dello sviluppo. I giovani non cercano soltanto un salario. Cercano opportunità professionali, qualità dei servizi, accesso alla conoscenza, mobilità, cultura, relazioni, sicurezza, partecipazione civica e fiducia nel futuro. In una parola, cercano ecosistemi. È qui che il tema si collega profondamente ai concetti di Umanità Aumentata, orientamento permanente, New European Bauhaus ed ecosistemi della fiducia.

Un territorio attrattivo non è soltanto un territorio che produce reddito. È un territorio che consente alle persone di sviluppare pienamente le proprie capacità, costruire relazioni significative, partecipare alla vita collettiva e immaginare un futuro possibile.  La sfida del Mezzogiorno, dunque, non può essere ridotta all’aumento del numero delle imprese o dei posti di lavoro. Occorre favorire la crescita di un’economia della conoscenza, rafforzare università e centri di ricerca, sviluppare filiere innovative, migliorare i servizi pubblici, valorizzare le città medie e le aree interne, creare contesti favorevoli all’innovazione sociale e all’imprenditorialità ad alto valore aggiunto.  Il futuro del Sud dipenderà dalla capacità di trasformare il capitale umano da risorsa in uscita a fattore di sviluppo territoriale.  La domanda decisiva dei prossimi anni non sarà quanti giovani partiranno. La domanda sarà quanti giovani potranno scegliere liberamente di restare, di tornare o di investire nel proprio territorio. Perché la vera ricchezza del Mezzogiorno non risiede soltanto nelle sue risorse naturali, culturali o paesaggistiche. Risiede nelle persone. Ed è dalle persone che passa ogni prospettiva di sviluppo sostenibile, inclusivo e duraturo.

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Evasione fiscale: la questione non è quanto recuperiamo, ma quanto continuiamo a perdere

La recente analisi di Milena Gabanelli sull’evasione fiscale in Italia merita attenzione perché affronta un tema cruciale con il supporto di dati, numeri e riferimenti normativi.  Il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sui risultati annuali del recupero fiscale: 36,2 miliardi di euro nel 2025, un dato record. Ma la domanda vera è un’altra: perché continuiamo a convivere con un’evasione stimata intorno ai 100 miliardi di euro annui?  La questione non riguarda soltanto i conti pubblici. Riguarda il modello di società che vogliamo costruire. Ogni anno denunciamo la carenza di risorse per la sanità, le difficoltà del sistema scolastico, le disuguaglianze territoriali, la necessità di investire nella sicurezza sul lavoro, nelle aree interne, nell’inclusione sociale e nell’innovazione. Tuttavia, raramente colleghiamo queste esigenze alla gigantesca massa di risorse che sfugge al fisco. L’evasione fiscale produce almeno tre effetti negativi. Il primo è economico: riduce le risorse disponibili per gli investimenti pubblici e per i servizi essenziali. Il secondo è sociale: scarica il peso del finanziamento dello Stato soprattutto sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, categorie per le quali l’imposta viene trattenuta alla fonte. Il terzo, forse il più grave, è culturale: indebolisce la fiducia nelle istituzioni e alimenta la percezione che rispettare le regole sia un comportamento penalizzante anziché un valore civico. Da questo punto di vista, la lotta all’evasione fiscale non è soltanto una questione tributaria. È una politica per la coesione sociale.  È il medesimo terreno sul quale si collocano molte delle sfide che oggi consideriamo strategiche: il contrasto alla povertà educativa, la promozione del lavoro dignitoso, la sicurezza nei luoghi di lavoro, la lotta al caporalato, la valorizzazione delle aree interne, l’inclusione delle persone fragili e la costruzione di ecosistemi territoriali fondati sulla fiducia.  Nelle nostre riflessioni sull’Umanità Aumentata sosteniamo spesso che la tecnologia, l’intelligenza artificiale e l’innovazione producono valore soltanto se inserite in un contesto di responsabilità condivisa.  Lo stesso principio vale per il fisco.  Una società moderna non si fonda esclusivamente sulla capacità di generare ricchezza, ma anche sulla capacità di contribuire equamente al bene comune.  Per questo l’evasione fiscale non dovrebbe essere considerata una semplice infrazione amministrativa. È una forma di sottrazione di opportunità collettive.  Se vogliamo più scuola, più sanità, più sicurezza, più inclusione e più sviluppo territoriale, dobbiamo avere il coraggio di affrontare anche questo nodo.  La vera sfida non è recuperare qualche miliardo in più ogni anno. La vera sfida è ricostruire un patto di fiducia tra cittadini e istituzioni nel quale il pagamento delle imposte torni a essere percepito non come un’imposizione subita, ma come una partecipazione responsabile alla costruzione del futuro comune.

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Economia sommersa, sicurezza sul lavoro e Umanità Aumentata: una sfida che non possiamo più ignorare

Le recenti analisi sull’economia sommersa riportano al centro dell’attenzione una questione che l’Italia si trascina da decenni: la presenza di un’ampia area di lavoro irregolare che continua a sottrarre diritti ai lavoratori, competitività alle imprese corrette e risorse alla collettività.

Il problema è particolarmente evidente nel Mezzogiorno, ma sarebbe un errore considerarlo esclusivamente una questione meridionale. Le forme del sommerso cambiano da territorio a territorio, ma il fenomeno attraversa l’intero Paese.

Per troppo tempo il dibattito pubblico ha affrontato il lavoro nero quasi esclusivamente sotto il profilo fiscale e contributivo. È certamente un aspetto importante, ma non è il più rilevante. La questione centrale riguarda la qualità del lavoro e la dignità della persona.

Il lavoratore irregolare è spesso meno formato, meno protetto, meno rappresentato. È più esposto agli infortuni, più vulnerabile ai ricatti e meno libero di denunciare situazioni di sfruttamento.  Non è un caso che molte delle situazioni più critiche sul fronte della sicurezza si manifestino proprio nei contesti caratterizzati da irregolarità diffusa.  Ecco perché il tema dell’economia sommersa deve entrare stabilmente nelle politiche di prevenzione e nei programmi dedicati alla sicurezza sul lavoro.

Da questo punto di vista il progetto SAFETY può rappresentare una chiave di lettura innovativa. La sicurezza non è soltanto rispetto delle procedure. È cultura organizzativa, legalità, formazione continua, innovazione tecnologica e responsabilità sociale. Contrastare il lavoro sommerso significa anche diffondere competenze, rafforzare l’orientamento, sostenere le imprese virtuose, rendere trasparenti le filiere, utilizzare le tecnologie digitali per migliorare tracciabilità e controlli, promuovere una cultura del lavoro fondata sulla dignità della persona.

In questa prospettiva il contrasto all’economia sommersa diventa parte integrante della più ampia visione dell’Umanità Aumentata. L’innovazione non può limitarsi ad aumentare l’efficienza dei processi. Deve aumentare anche la qualità della vita, la sicurezza, la fiducia e la giustizia sociale. Una società che tollera vaste aree di lavoro irregolare non è una società moderna, anche se utilizza le tecnologie più avanzate. La vera modernizzazione consiste nel mettere innovazione, diritti e sviluppo al servizio delle persone. Ed è forse proprio qui che si gioca una delle sfide più importanti per il futuro del Mezzogiorno e dell’intero Paese.

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ETS europeo, competitività e futuro: una falsa contrapposizione

Le recenti prese di posizione di Confindustria contro alcuni aspetti del sistema europeo ETS meritano attenzione e rispetto. Nessuno può ignorare le difficoltà che molte imprese stanno affrontando in una fase caratterizzata da forte competizione internazionale, costi energetici elevati e profonde trasformazioni tecnologiche.  Sarebbe tuttavia un errore leggere il dibattito come uno scontro tra economia e ambiente.

Il sistema ETS (Emission Trading System) nasce da un principio semplice: chi produce emissioni che contribuiscono al cambiamento climatico deve progressivamente internalizzarne il costo. Non si tratta di una punizione nei confronti delle imprese, ma di un meccanismo economico finalizzato a orientare investimenti, innovazione e comportamenti produttivi verso modelli più sostenibili.

Le preoccupazioni del sistema industriale sono comprensibili. Esiste infatti il rischio che alcune produzioni possano perdere competitività rispetto a Paesi che non adottano standard ambientali analoghi. È un tema reale che richiede risposte intelligenti, attraverso incentivi all’innovazione, sostegno agli investimenti verdi, formazione delle competenze e strumenti di tutela contro la concorrenza sleale. Tuttavia proprio qui emerge il limite di una parte delle critiche rivolte all’ETS.

Spesso esse si concentrano sui costi immediati della transizione, trascurando i costi enormemente più elevati dell’inazione. Chi paga i danni delle alluvioni? Chi paga la desertificazione di interi territori? Chi paga le perdite agricole dovute alla crisi climatica? Chi sostiene i costi sanitari derivanti dall’inquinamento? Chi finanzia la ricostruzione delle infrastrutture distrutte dagli eventi estremi? Questi costi esistono già oggi e tendono ad aumentare.

La vera questione, dunque, non è scegliere tra crescita e sostenibilità. È costruire un modello di crescita che non comprometta le condizioni stesse che rendono possibile lo sviluppo.

In questa prospettiva, la transizione ecologica non rappresenta soltanto un vincolo. Rappresenta anche una straordinaria opportunità industriale, occupazionale e culturale. Le imprese che sapranno innovare processi, prodotti e modelli organizzativi saranno probabilmente le più competitive nel medio e lungo periodo. Le economie che investiranno in energia pulita, economia circolare, ricerca, competenze e tecnologie sostenibili saranno quelle meglio posizionate nei mercati del futuro.

Questa riflessione si collega direttamente alla visione dell’Umanità Aumentata che stiamo progressivamente elaborando.

L’Umanità Aumentata non è soltanto una riflessione sull’intelligenza artificiale o sulle nuove tecnologie. È una proposta culturale che mette al centro la capacità di governare le grandi transizioni del nostro tempo: quella digitale, quella demografica, quella sociale e quella ambientale.

Da questa prospettiva, il sistema ETS non va considerato un semplice strumento tecnico o burocratico. Esso rappresenta uno dei tentativi più avanzati di orientare il mercato verso obiettivi collettivi di lungo periodo.

Può e deve essere migliorato. Può essere reso più equo, più efficace e più attento alle specificità produttive dei territori. Ma la sua logica di fondo appare coerente con una visione europea dello sviluppo che cerca di tenere insieme competitività, responsabilità ambientale, innovazione e giustizia intergenerazionale.

La vera sfida non consiste nel rallentare la transizione. Consiste nel governarla.

Perché il futuro non appartiene alle economie che consumano più risorse. Appartiene alle società che imparano a generare valore economico, sociale e ambientale nello stesso tempo.

Ed è precisamente questa la direzione verso cui dovrebbero convergere imprese, istituzioni, territori e cittadini.

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DAL CIBO BUONO, PULITO E GIUSTO ALL’UMANITÀ AUMENTATA

Le riflessioni emerse durante “Buono e Bio in Festa”, l’iniziativa promossa il 6 e 7 giugno 2026 all’Orto Botanico di Roma da Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia, meritano attenzione ben oltre il mondo dell’agricoltura e dell’alimentazione.

L’affermazione secondo cui il caporalato non rappresenta un fenomeno emergenziale ma un sistema strutturale del comparto agroalimentare italiano obbliga tutti noi a una riflessione più ampia sul modello di sviluppo che stiamo costruendo.

Per troppo tempo abbiamo considerato il prezzo basso come un indicatore di efficienza. Oggi comprendiamo che dietro molti prezzi apparentemente convenienti si nascondono costi invisibili che vengono scaricati sui soggetti più deboli: lavoratori sfruttati, migranti vulnerabili, piccoli produttori, territori marginali e, spesso, sull’ambiente stesso. La domanda fondamentale non è più soltanto: “Quanto costa un prodotto?” La vera domanda diventa: “Chi sta pagando il prezzo nascosto di quel prodotto?”

In questa prospettiva il tema del caporalato esce dai confini del diritto del lavoro e diventa una questione che riguarda la qualità della democrazia, la giustizia sociale e il futuro delle comunità. Da tempo stiamo sviluppando il concetto di Umanità Aumentata come risposta alle grandi trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali del nostro tempo. L’Umanità Aumentata non è una celebrazione della tecnologia, ma un progetto culturale che pone al centro la persona, la dignità del lavoro, la qualità delle relazioni, la sostenibilità e la capacità dei territori di generare benessere diffuso. In questa visione, il messaggio proveniente da Slow Food assume un valore strategico. Il principio del “buono, pulito e giusto” dialoga direttamente con i temi dell’Umanità Aumentata. “Buono” richiama la qualità della vita, la salute e il benessere delle persone. “Pulito” richiama la responsabilità ambientale, la tutela della biodiversità e il rispetto degli ecosistemi. “Giusto” richiama il lavoro dignitoso, la legalità, l’inclusione e il riconoscimento del valore umano lungo tutta la filiera. Forse oggi dovremmo aggiungere una quarta parola: “sicuro”. Una filiera alimentare non può essere considerata sostenibile se genera sfruttamento, precarietà, infortuni o morte. La sicurezza sul lavoro, tema che da tempo consideriamo centrale nelle nostre elaborazioni, diventa così parte integrante della qualità del cibo e dello sviluppo territoriale. Questa riflessione si intreccia con molte altre questioni che abbiamo affrontato negli ultimi anni: la povertà educativa, il declino delle aree interne, la fragilità delle comunità locali, il ruolo delle migrazioni, la necessità di costruire ecosistemi della fiducia, la ricerca di nuovi modelli di welfare territoriale e di longevità attiva.  Il cibo diventa allora molto più di un prodotto. Diventa una lente attraverso cui leggere la complessità del nostro tempo. Dentro un alimento troviamo ambiente, lavoro, cultura, salute, relazioni sociali, identità territoriale e futuro. Per questa ragione il dialogo tra il paradigma Slow Food e la visione dell’Umanità Aumentata appare oggi particolarmente fecondo. Entrambi ci ricordano che il progresso non può essere misurato esclusivamente in termini di crescita economica, produttività o innovazione tecnologica. Il vero progresso consiste nella capacità di costruire comunità più giuste, più inclusive, più sane e più consapevoli. In un’epoca dominata dalla velocità, dagli algoritmi e dalla ricerca dell’efficienza, il messaggio che arriva dall’Orto Botanico di Roma assume un significato che va ben oltre l’agricoltura. Ci ricorda che ogni scelta economica è anche una scelta morale. E che non esiste sviluppo autentico se il benessere di alcuni continua a essere costruito sul sacrificio invisibile di altri. Forse è proprio questa la lezione più importante che il cibo buono, pulito e giusto può offrire all’Umanità Aumentata.

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Intelligenza artificiale: tra entusiasmo, dubbi e responsabilità umana

Le riflessioni del filosofo britannico Barry Smith rappresentano una voce importante nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale. In un contesto dominato spesso da narrazioni polarizzate — tra entusiasmo salvifico e scenari apocalittici — Smith introduce un elemento prezioso: il dubbio critico. Il suo messaggio è chiaro: non dobbiamo trasformare l’intelligenza artificiale in una nuova religione tecnologica. Secondo Smith, molte delle promesse associate all’AI contemporanea risultano sovrastimate. L’idea di una imminente AGI — una superintelligenza artificiale generale capace di superare l’uomo — viene da lui considerata poco realistica. L’intelligenza artificiale, sostiene, continuerà certamente a migliorare, ma come insieme di strumenti statistici e predittivi sempre più sofisticati, non come coscienza autonoma o mente artificiale paragonabile a quella umana. È una posizione interessante e, sotto molti aspetti, condivisibile. Anzitutto perché ci aiuta a contrastare una forma crescente di determinismo tecnologico. Oggi il rischio è pensare che ogni evoluzione tecnica sia inevitabile, neutrale e automaticamente benefica. Ma la storia dimostra che nessuna tecnologia è neutrale: dipende sempre dai fini politici, economici, culturali e sociali verso cui viene orientata. Smith richiama inoltre un tema fondamentale: la centralità delle competenze profonde. In un momento in cui università, imprese e istituzioni rincorrono corsi, certificazioni e programmi AI, egli mette in guardia contro il rischio di una formazione superficiale, accelerata, orientata più al mercato che alla qualità del pensiero. È un punto decisivo. Nell’era dell’intelligenza artificiale non serviranno soltanto competenze tecniche. Serviranno capacità di interpretazione, pensiero critico, cultura interdisciplinare, responsabilità etica, comprensione dei contesti, capacità relazionali e discernimento.

In questo senso, discipline come filosofia, linguaggio, epistemologia, psicologia, pedagogia ed etica tornano ad assumere una funzione centrale.  Condivido inoltre la sua idea secondo cui l’AI debba essere concepita come supporto e non sostituzione dell’essere umano. In medicina, nella formazione, nella sicurezza, nell’organizzazione del lavoro, l’intelligenza artificiale può rafforzare le capacità umane, migliorare analisi, accelerare processi e aumentare l’efficacia decisionale. Ma il centro deve restare la persona.  Ed è qui che il concetto di “umanità aumentata” assume il suo significato più autentico: non sostituire l’uomo con la macchina, ma utilizzare la tecnologia per rafforzare conoscenza, inclusione, prevenzione, solidarietà, partecipazione e giustizia sociale.  Tuttavia, proprio partendo da queste stesse premesse, credo sia necessario introdurre anche alcuni elementi di cautela rispetto alle posizioni di Smith. Pur condividendo il suo scetticismo verso la retorica della “superintelligenza”, ritengo infatti che la trasformazione antropologica e sociale generata dall’AI sia già oggi estremamente rilevante. Anche senza una vera AGI, stiamo già assistendo a: crescente delega cognitiva, dipendenza decisionale dagli algoritmi, manipolazione informativa, erosione dell’attenzione, trasformazione delle relazioni sociali, concentrazione del potere nelle Big Tech, nuove fragilità educative e culturali. Il rischio, quindi, non è soltanto tecnologico. È democratico, cognitivo e sociale. Per questo il dibattito sull’intelligenza artificiale non può essere lasciato esclusivamente agli ingegneri, ai mercati finanziari, alle piattaforme digitali, alle grandi corporation tecnologiche. Servono governance democratica, alfabetizzazione critica, nuove politiche formative, tutela delle fragilità, pluralismo culturale, regolazione trasparente, partecipazione sociale. La vera sfida del nostro tempo non è decidere se usare o meno l’intelligenza artificiale. La vera sfida è decidere quale idea di società vogliamo costruire attraverso di essa. E forse la domanda più importante resta proprio questa: non se le macchine diventeranno più intelligenti di noi,  ma se noi sapremo restare pienamente umani mentre le costruiamo e le utilizziamo.

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Umanità aumentata o umanità indebolita?

L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una straordinaria rivoluzione tecnologica. E certamente lo è. Ma alcune riflessioni recenti ci aiutano a comprendere che la vera posta in gioco potrebbe essere ancora più profonda: antropologica, morale e democratica. Tra queste merita particolare attenzione l’analisi proposta da Paolo Benanti sul concetto di “Seemingly Conscious AI” (SCAI), elaborato da ricercatori di Microsoft AI. L’espressione indica sistemi di intelligenza artificiale che non sono coscienti nel senso proprio del termine, ma che manifestano caratteristiche tali da indurre gli utenti ad attribuire loro intenzionalità, emozioni, consapevolezza e persino sensibilità morale. È un passaggio cruciale. La questione non riguarda più soltanto l’efficienza degli algoritmi o il loro impatto economico. Riguarda il modo in cui l’essere umano si relaziona con sistemi che simulano la presenza, l’empatia e l’interazione sociale. I ricercatori individuano alcuni elementi che favoriscono questa attribuzione come l’apparente capacità affettiva, l’antropomorfismo, l’autonomia, l’auto-riflessione simulata, l’interazione sociale continua.  Non si tratta di fantascienza. È qualcosa che sta già avvenendo.  Sempre più persone instaurano relazioni emotive con chatbot e assistenti AI, confidano problemi personali, cercano conforto, attribuiscono empatia, sviluppano dipendenza relazionale, sperimentano perfino forme di lutto in caso di interruzione del servizio.

Il punto centrale sollevato da Benanti è straordinariamente importante: il rischio non è che le macchine diventino umane, ma che l’essere umano modifichi lentamente le proprie disposizioni morali e relazionali nel rapporto con esse. Da qui nasce il concetto di “atrofia morale”. Se ci abituiamo quotidianamente a relazioni simulate,  a ignorare sofferenze artificialmente rappresentate, a delegare giudizi, a sostituire relazioni umane con interazioni algoritmiche, a fidarci di sistemi opachi senza comprenderli,  potremmo progressivamente indebolire l’empatia, l’autonomia, il pensiero critico, la responsabilità personale, la capacità relazionale. È una riflessione che richiama grandi tradizioni filosofiche. Immanuel Kant intuiva già che il modo in cui trattiamo gli esseri viventi influenza la nostra sensibilità morale. Hannah Arendt ci ha insegnato quanto le abitudini quotidiane possano modificare profondamente il senso della responsabilità individuale e collettiva. Oggi questa riflessione si estende alle tecnologie relazionali.  La questione diventa allora politica e sociale.

Che cosa accade a una società nella quale gli adolescenti preferiscono relazioni artificiali a quelle reali,  gli anziani trovano compagnia solo negli assistenti virtuali, la solitudine viene gestita attraverso algoritmi, la formazione del giudizio viene delegata progressivamente alle macchine.  Non si tratta di demonizzare l’intelligenza artificiale. Sarebbe un errore tanto quanto l’entusiasmo acritico. La vera sfida è governare l’innovazione senza perdere l’umano.

Per questo servono educazione critica, alfabetizzazione digitale profonda, formazione etica, governance democratica, tutela delle fragilità, nuove competenze relazionali e cognitive. E serve soprattutto una nuova idea di innovazione umanocentrica.  Qui il concetto di “umanità aumentata” assume un significato autentico ovvero non sostituire la persona con la macchina, ma utilizzare la tecnologia per rafforzare conoscenza, inclusione, solidarietà, libertà, partecipazione, giustizia sociale. L’intelligenza artificiale potrà essere uno straordinario strumento di emancipazione oppure un acceleratore di fragilità cognitive e relazionali. La differenza la farà la qualità culturale, educativa e democratica delle società che la governeranno. La vera domanda non è se le macchine sembreranno sempre più umane.

La vera domanda è se noi sapremo restare pienamente umani mentre le costruiamo e le utilizziamo.

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“Qualcosa è andato storto”: la crisi del sogno digitale e la necessità di una nuova Umanità aumentata

Il libro di Riccardo Luna, Qualcosa è andato storto, non è soltanto una riflessione sulla tecnologia. È il racconto di una delusione collettiva.

Per anni abbiamo pensato che Internet avrebbe reso il mondo più aperto, democratico, collaborativo. La rete sembrava destinata ad abbattere gerarchie, diffondere conoscenza, creare nuove opportunità di partecipazione e libertà. E invece, progressivamente, qualcosa si è incrinato.

I social network, nati per connettere le persone, sono diventati spesso macchine per catturare attenzione. Gli algoritmi premiano il conflitto più del dialogo, la velocità più della profondità, l’emozione immediata più del pensiero critico. Non è solo un problema tecnologico. È un cambiamento culturale e antropologico.

Il libro di Luna pone una domanda fortissima: quando abbiamo smesso di usare la tecnologia come strumento di emancipazione collettiva e abbiamo iniziato a subirla come meccanismo di dipendenza?

La riflessione diventa ancora più potente quando riguarda le giovani generazioni.
Non perché i ragazzi siano “peggiori” di ieri, ma perché vivono immersi in un ecosistema digitale progettato per competere costantemente per la loro attenzione. La trasformazione del riconoscimento sociale è evidente dalla competenza alla visibilità, dal sapere all’esposizione, dalla costruzione lenta di un percorso alla ricerca del consenso immediato.

Eppure il libro di Luna non è un manifesto contro la tecnologia. Al contrario: è l’appello di chi continua a credere che il digitale possa essere uno straordinario strumento di crescita umana, purché venga riportato dentro una visione etica, educativa e sociale. Ed è qui che il tema dell’“Umanità aumentata” acquista un significato profondo. L’umanità aumentata non può essere semplicemente l’aumento delle capacità tecniche delle macchine.
Deve diventare aumento della consapevolezza, della responsabilità, dell’inclusione, aumento della sicurezza, della qualità delle relazioni umane.

L’intelligenza artificiale, le piattaforme digitali, il web agentico e le nuove tecnologie possono diventare strumenti straordinari per combattere disuguaglianze, ridurre povertà educative, migliorare salute e sicurezza, favorire inclusione sociale e territoriale, creare nuove opportunità formative e lavorative.

Ma senza una governance culturale e valoriale, il rischio è opposto: società più connesse ma più sole, più veloci ma meno profonde, più tecnologiche ma meno umane.

Per questo esperienze associative come quelle promosse da NOI – Next Open Innovation e da Campania vision e progetti APS assumono un valore importante. Perché provano a costruire un’idea di innovazione che non separi mai tecnologia, educazione, coesione sociale e dignità della persona. Forse qualcosa è davvero andato storto.  Ma il futuro non è ancora scritto.

E la vera sfida dei prossimi anni sarà proprio di non fermare l’innovazione,  ma renderla finalmente più umana.

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Eolie, resilienza climatica e futuro del Mediterraneo: il Rapporto ASviS 2026 rafforza la nostra visione

La lettura del Rapporto di Primavera 2026 dell’ASviS (“Scenari per l’Italia al 2030 e al 2050”) rappresenta un passaggio particolarmente significativo per il percorso che stiamo sviluppando attorno all’idea del “Mediterranean Resilience Lab – Eolie Verdi” e alla nascita del CERISMED – Centro Studi Innovazione e Sviluppo Mediterraneo.

Il Rapporto, infatti, evidenzia con chiarezza come il cambiamento climatico, la crisi idrica, l’erosione degli ecosistemi, la vulnerabilità energetica e la necessità di nuove strategie di resilienza territoriale non costituiscano più questioni marginali o rinviabili, ma rappresentino il cuore delle grandi sfide economiche, sociali e civili dei prossimi decenni.

Particolarmente significativa è la riflessione sulla cosiddetta “bancarotta idrica globale”, sull’aumento degli eventi climatici estremi e sulla necessità di integrare sostenibilità ambientale, innovazione e governance pubblica.

In questo quadro, il progetto che stiamo immaginando per le Isole Eolie appare sempre più coerente con le traiettorie strategiche europee e mediterranee:

  • sicurezza e resilienza idrica;
  • tutela del mare e delle praterie di Posidonia;
  • contrasto all’erosione costiera;
  • adattamento climatico dei territori insulari;
  • energie rinnovabili e autonomia energetica;
  • innovazione scientifica e digitale;
  • partecipazione delle comunità locali;
  • cultura della sostenibilità e responsabilità intergenerazionale.

Le Eolie, infatti, non sono soltanto un patrimonio paesaggistico e turistico straordinario, ma possono diventare un vero laboratorio mediterraneo di resilienza climatica e sostenibilità integrale.

Il Rapporto ASviS sottolinea inoltre un elemento molto importante: la sostenibilità non è in contrasto con lo sviluppo economico, ma rappresenta sempre più un fattore di competitività, innovazione e stabilità sociale.

È una considerazione che rafforza ulteriormente la convinzione che investire oggi su:

  • resilienza climatica,
  • innovazione sostenibile,
  • modelli ESG,
  • ricerca scientifica,
  • transizione energetica,
  • gestione intelligente delle risorse naturali,

significhi costruire futuro e ridurre vulnerabilità.

Per questo motivo, il lavoro che NOI-Next Open Innovation e Campania vision e progetti APS stanno sviluppando in questi mesi assume un valore che va oltre la singola progettualità territoriale.

L’obiettivo è contribuire a costruire:

  • nuove alleanze tra ricerca, istituzioni, imprese e comunità;
  • una cultura mediterranea della resilienza;
  • un rapporto più equilibrato tra uomo e ambiente;
  • una visione dello sviluppo capace di integrare etica, innovazione e sostenibilità.

In tale prospettiva, anche il possibile dialogo con realtà scientifiche di eccellenza come il CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici potrebbe rappresentare un tassello strategico per rafforzare la credibilità scientifica e internazionale del percorso.

Il vero tema, infatti, non è soltanto “salvare” un territorio fragile, ma costruire una nuova consapevolezza culturale e civile sul futuro del Mediterraneo.

Le Eolie possono così diventare un simbolo concreto di una nuova idea di sviluppo:
più sostenibile, più resiliente, più umano.

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Salute mentale e “Umanità Aumentata”: la nuova frontiera dell’innovazione umana e sociale

Il recente rapporto dell’OCSE, “The Economic Case for Preventing Mental Ill Health”, ci consegna una riflessione che va ben oltre il tema sanitario.
Siamo di fronte ad un vero cambio di paradigma culturale.

Per molti anni la salute mentale è stata considerata una questione prevalentemente clinica, confinata all’interno dei sistemi sanitari o relegata ad una dimensione privata e individuale. Oggi, invece, emerge con forza una verità molto più ampia: il benessere psicologico rappresenta una delle principali infrastrutture invisibili delle società contemporanee.

L’OCSE evidenzia come oltre il 20% della popolazione dei Paesi OCSE e dell’Unione Europea conviva con disturbi mentali, con una crescita particolarmente significativa tra giovani, adolescenti e donne. Ansia, depressione, stress cronico, solitudine e disagio relazionale non sono più fenomeni marginali, ma elementi strutturali della nostra epoca.

E questo ha conseguenze enormi:
sulla qualità della vita, sulla partecipazione sociale, sulla produttività, sulla tenuta delle comunità, sulla fiducia nelle istituzioni e persino sulla crescita economica.

Il rapporto stima che la cattiva salute mentale possa ridurre il PIL medio dell’1,7% nei prossimi decenni, generando costi enormi per i sistemi sanitari, il mondo del lavoro e il welfare pubblico.

Ma forse il dato più importante è un altro.

L’OCSE ci dice implicitamente che la salute mentale non dipende soltanto dalla disponibilità di cure o psicoterapie. Dipende anche dalla qualità delle relazioni sociali, dalla sicurezza economica, dalla precarietà lavorativa, dalle disuguaglianze, dalla solitudine urbana, dall’uso problematico dei social media, dall’incertezza geopolitica, dalle paure ambientali e dalla fragilità dei legami comunitari.

In altre parole: la salute mentale è anche una questione sociale, educativa, territoriale e culturale.

Ed è proprio qui che questa riflessione entra profondamente in sintonia con il percorso che stiamo sviluppando come NOI – Next Open Innovation e come Campania vision e progetti APS.

Da tempo sosteniamo che l’innovazione non possa essere interpretata esclusivamente come accelerazione tecnologica, digitalizzazione o automazione dei processi. L’innovazione vera deve essere capace di migliorare concretamente la qualità della vita delle persone, ridurre le fragilità, rafforzare le comunità e generare inclusione.

È questo il cuore della nostra idea di “Umanità Aumentata”.

Un’espressione che non significa “sostituire” l’essere umano con la tecnologia, ma utilizzare conoscenza, innovazione, intelligenza artificiale e trasformazione digitale per rafforzare dignità, consapevolezza, sicurezza, relazioni e benessere umano.

Non può esistere “Umanità Aumentata” se aumentano ansia, isolamento, precarietà e vulnerabilità psicologica.

Ecco perché il rapporto OCSE assume per noi un valore strategico.

Esso ci invita a costruire una nuova alleanza tra:

  • innovazione tecnologica;
  • salute mentale;
  • inclusione sociale;
  • educazione;
  • lavoro dignitoso;
  • sicurezza;
  • welfare territoriale;
  • cultura delle relazioni.

Questo riguarda direttamente molti dei temi sui quali siamo impegnati.

Riguarda i progetti di cultura digitale inclusiva e di prossimità.
Riguarda le riflessioni sull’intelligenza artificiale e sul web agentico.
Riguarda la lotta alla povertà educativa e alle disuguaglianze territoriali.
Riguarda i giovani NEET, gli over 55, le periferie urbane e sociali.
Riguarda il lavoro e la sicurezza nei luoghi produttivi.

Anche il concetto stesso di sicurezza, oggi, deve evolvere.

Non basta più proteggere soltanto l’incolumità fisica delle persone.
Occorre affrontare anche:

  • stress lavoro-correlato;
  • burnout;
  • sovraccarico cognitivo;
  • isolamento digitale;
  • ansia da trasformazione continua;
  • fragilità relazionale nei contesti organizzativi.

La sicurezza del futuro sarà sempre più una sicurezza integrale della persona.

In questo senso, anche il progetto “Safety”, che stiamo contribuendo a sviluppare insieme ad una rete crescente di soggetti pubblici e privati, potrà trovare nuova forza in una visione più ampia della prevenzione e del benessere organizzativo.

L’OCSE ci ricorda inoltre che investire nella salute mentale non è soltanto eticamente giusto: è anche economicamente conveniente.

Le politiche di prevenzione, i programmi educativi, il supporto psicologico, i contesti lavorativi sani e le comunità inclusive producono benefici enormi:

  • riducono costi sanitari;
  • migliorano produttività e partecipazione;
  • rafforzano la coesione sociale;
  • aumentano resilienza e fiducia collettiva.

È un messaggio molto importante anche per il mondo delle istituzioni, delle imprese e della progettazione sociale.

Forse il vero rischio del nostro tempo non è soltanto quello di avere tecnologie troppo potenti, ma società troppo fragili per gestirle in modo umano.

Per questo motivo, parlare oggi di innovazione significa anche parlare di equilibrio psicologico, relazioni umane, dignità sociale e benessere diffuso.

La grande sfida dei prossimi anni non sarà semplicemente costruire macchine più intelligenti.

Sarà costruire comunità più umane.

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L’errore di Ford e la lezione per il futuro dell’Intelligenza Artificiale

Le cronache economiche raccontano spesso l’Intelligenza Artificiale come una lunga sequenza di innovazioni, record tecnologici, nuovi modelli e previsioni sul futuro del lavoro. Molto più raramente raccontano gli errori. Eppure sono proprio gli errori a insegnare di più.  La decisione della Ford di richiamare circa 350 ingegneri esperti, dopo aver constatato che i sistemi automatici di controllo qualità basati sull’Intelligenza Artificiale non producevano i risultati attesi, rappresenta una notizia destinata a far riflettere ben oltre il settore automobilistico. Non si tratta del fallimento dell’Intelligenza Artificiale. Si tratta del fallimento di una certa idea di Intelligenza Artificiale. Per qualche anno si è diffusa la convinzione che fosse sufficiente introdurre algoritmi sempre più sofisticati per ottenere automaticamente organizzazioni più efficienti e prodotti migliori. La stessa Ford ha riconosciuto, attraverso le parole dei propri dirigenti, di aver pensato che bastasse alimentare l’AI con i requisiti progettuali esistenti per ottenere qualità superiore. La realtà si è rivelata diversa. Il problema non era la tecnologia. Era la perdita del patrimonio di esperienza accumulato negli anni dagli ingegneri più competenti. Gli stessi dirigenti hanno ammesso che molti specialisti avevano lasciato l’azienda prima di trasferire le proprie conoscenze ai sistemi che avrebbero dovuto sostituirli. In altre parole, mancava ciò che nessun algoritmo può generare autonomamente: il sapere costruito attraverso anni di osservazione, errori, intuizioni, verifiche, collaborazione e responsabilità.

Questa vicenda conferma una lezione che sta emergendo con crescente chiarezza anche da numerosi studi internazionali.  L’Intelligenza Artificiale non produce automaticamente valore. Amplifica il valore che trova.  Se incontra organizzazioni ricche di competenze, dati affidabili, processi ben progettati e cultura collaborativa, diventa un potente moltiplicatore di qualità. Se incontra organizzazioni fragili, dati incompleti o competenze disperse, rischia invece di amplificare gli stessi limiti che avrebbe dovuto superare. È un cambio di paradigma importante. Per anni ci siamo chiesti se l’Intelligenza Artificiale avrebbe sostituito il lavoro umano. Oggi la domanda sembra diventare un’altra. Come possiamo utilizzare l’Intelligenza Artificiale per valorizzare il lavoro umano? Anche altri casi recenti sembrano andare nella stessa direzione. Klarna ha ridimensionato l’idea di sostituire integralmente il servizio clienti con chatbot; McDonald’s ha ripensato alcuni sistemi automatici di gestione degli ordini; numerose ricerche mostrano che i maggiori benefici dell’AI emergono quando essa affianca le persone, non quando pretende di eliminarle. La vera innovazione, dunque, non consiste nel sostituire l’intelligenza umana.  Consiste nel costruire una collaborazione intelligente tra persone e tecnologie.

È una prospettiva che riguarda anche la scuola, l’università, la pubblica amministrazione, la sanità, il Terzo Settore e il mondo delle professioni. Serviranno certamente nuove competenze digitali. Ma serviranno ancora di più capacità di giudizio, senso critico, creatività, responsabilità, cooperazione, empatia e visione sistemica. Proprio quelle competenze che nessun algoritmo possiede realmente. Questa riflessione rafforza una convinzione che, come NOI – Next Open Innovation, stiamo maturando da tempo attraverso il progetto dell’Umanità Aumentata. L’obiettivo non può essere costruire organizzazioni sempre più automatiche.  Dobbiamo costruire organizzazioni sempre più intelligenti. Organizzazioni capaci di apprendere continuamente, custodire il proprio patrimonio di conoscenze, valorizzare il capitale umano e utilizzare l’Intelligenza Artificiale come fattore di crescita condivisa.  Forse la vera rivoluzione dell’AI non consiste nel renderci meno necessari. Consiste nel ricordarci che ciò che rende davvero intelligente un’organizzazione non è la tecnologia che possiede, ma la qualità delle persone che la guidano, delle relazioni che costruisce e della cultura che riesce a trasmettere. È questa, probabilmente, la sfida più importante che ci attende. Ed è anche il significato più autentico dell’Umanità Aumentata: non sostituire l’uomo con la macchina, ma utilizzare la tecnologia per accrescere la conoscenza, la responsabilità, la libertà e la capacità delle persone di generare valore per l’intera comunità.

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