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Umanità aumentata o umanità indebolita?

di NOI – NEXT OPEN INNOVATION

L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una straordinaria rivoluzione tecnologica. E certamente lo è. Ma alcune riflessioni recenti ci aiutano a comprendere che la vera posta in gioco potrebbe essere ancora più profonda: antropologica, morale e democratica. Tra queste merita particolare attenzione l’analisi proposta da Paolo Benanti sul concetto di “Seemingly Conscious AI” (SCAI), elaborato da ricercatori di Microsoft AI. L’espressione indica sistemi di intelligenza artificiale che non sono coscienti nel senso proprio del termine, ma che manifestano caratteristiche tali da indurre gli utenti ad attribuire loro intenzionalità, emozioni, consapevolezza e persino sensibilità morale. È un passaggio cruciale. La questione non riguarda più soltanto l’efficienza degli algoritmi o il loro impatto economico. Riguarda il modo in cui l’essere umano si relaziona con sistemi che simulano la presenza, l’empatia e l’interazione sociale. I ricercatori individuano alcuni elementi che favoriscono questa attribuzione come l’apparente capacità affettiva, l’antropomorfismo, l’autonomia, l’auto-riflessione simulata, l’interazione sociale continua.  Non si tratta di fantascienza. È qualcosa che sta già avvenendo.  Sempre più persone instaurano relazioni emotive con chatbot e assistenti AI, confidano problemi personali, cercano conforto, attribuiscono empatia, sviluppano dipendenza relazionale, sperimentano perfino forme di lutto in caso di interruzione del servizio.

Il punto centrale sollevato da Benanti è straordinariamente importante: il rischio non è che le macchine diventino umane, ma che l’essere umano modifichi lentamente le proprie disposizioni morali e relazionali nel rapporto con esse. Da qui nasce il concetto di “atrofia morale”. Se ci abituiamo quotidianamente a relazioni simulate,  a ignorare sofferenze artificialmente rappresentate, a delegare giudizi, a sostituire relazioni umane con interazioni algoritmiche, a fidarci di sistemi opachi senza comprenderli,  potremmo progressivamente indebolire l’empatia, l’autonomia, il pensiero critico, la responsabilità personale, la capacità relazionale. È una riflessione che richiama grandi tradizioni filosofiche. Immanuel Kant intuiva già che il modo in cui trattiamo gli esseri viventi influenza la nostra sensibilità morale. Hannah Arendt ci ha insegnato quanto le abitudini quotidiane possano modificare profondamente il senso della responsabilità individuale e collettiva. Oggi questa riflessione si estende alle tecnologie relazionali.  La questione diventa allora politica e sociale.

Che cosa accade a una società nella quale gli adolescenti preferiscono relazioni artificiali a quelle reali,  gli anziani trovano compagnia solo negli assistenti virtuali, la solitudine viene gestita attraverso algoritmi, la formazione del giudizio viene delegata progressivamente alle macchine.  Non si tratta di demonizzare l’intelligenza artificiale. Sarebbe un errore tanto quanto l’entusiasmo acritico. La vera sfida è governare l’innovazione senza perdere l’umano.

Per questo servono educazione critica, alfabetizzazione digitale profonda, formazione etica, governance democratica, tutela delle fragilità, nuove competenze relazionali e cognitive. E serve soprattutto una nuova idea di innovazione umanocentrica.  Qui il concetto di “umanità aumentata” assume un significato autentico ovvero non sostituire la persona con la macchina, ma utilizzare la tecnologia per rafforzare conoscenza, inclusione, solidarietà, libertà, partecipazione, giustizia sociale. L’intelligenza artificiale potrà essere uno straordinario strumento di emancipazione oppure un acceleratore di fragilità cognitive e relazionali. La differenza la farà la qualità culturale, educativa e democratica delle società che la governeranno. La vera domanda non è se le macchine sembreranno sempre più umane.

La vera domanda è se noi sapremo restare pienamente umani mentre le costruiamo e le utilizziamo.

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