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Dai borghi da visitare ai borghi in cui tornare a vivere

di NOI – NEXT OPEN INNOVATION

La cultura può generare turismo, ma diventa autentica leva di sviluppo soltanto quando accresce le capacità delle comunità e restituisce futuro ai territori

I numeri raccontano una storia apparentemente rassicurante. Nel 2025 il turismo culturale avrebbe generato in Italia 56,6 miliardi di euro, oltre la metà dell’indotto turistico complessivo. I Comuni a vocazione culturale raccolgono più del 63% delle presenze, mentre il patrimonio storico e artistico continua a rappresentare una delle principali ragioni che spingono i visitatori stranieri a scegliere il nostro Paese.
Sono dati importanti. Confermano che la cultura non è un ornamento da sostenere soltanto quando avanzano risorse, ma una componente rilevante dell’economia nazionale. Tuttavia, proprio la forza di questi numeri impone una domanda più esigente: possiamo limitarci a misurare il valore della cultura attraverso il numero dei visitatori, dei pernottamenti e degli euro spesi? La risposta è no. O, almeno, non dovrebbe esserlo.
L’Italia possiede una caratteristica quasi unica: la cultura non è concentrata esclusivamente nelle grandi città d’arte, ma è distribuita in migliaia di borghi, chiese, paesaggi, siti archeologici, archivi, tradizioni, produzioni artigianali e patrimoni immateriali. È una ricchezza diffusa, che coincide spesso con la storia e con l’identità stessa delle comunità.  Eppure, tra la disponibilità di questo straordinario patrimonio e la capacità di trasformarlo in sviluppo durevole rimane una distanza considerevole.

Il limite dell’evento isolato

Negli ultimi anni molti territori hanno affidato le proprie speranze a festival, rassegne, sagre e aperture straordinarie. Queste iniziative possono certamente richiamare visitatori, restituire visibilità a un luogo e riattivare energie locali. Il problema nasce quando l’evento rimane isolato. Una manifestazione che dura pochi giorni, non costruisce competenze, non genera collaborazioni permanenti e non si collega alle attività economiche e sociali del territorio rischia di produrre soltanto un’effimera crescita delle presenze. Terminato l’evento, si spengono le luci e il borgo ritorna alle fragilità precedenti. Gli eventi sono davvero generativi quando diventano parte di un’offerta culturale continuativa e di una strategia territoriale. Devono essere porte d’ingresso, non episodi autosufficienti. Perché ciò accada, occorre passare dalle collaborazioni occasionali a vere alleanze tra Comuni, istituzioni culturali, scuole, università, associazioni, imprese, operatori turistici e cittadini. Il settore pubblico può svolgere una funzione decisiva, favorendo l’incontro tra questi soggetti, semplificando le procedure e orientando le risorse verso partenariati duraturi. La questione, prima ancora che finanziaria, è organizzativa: disponiamo di molti patrimoni e di numerosi progetti, ma non sempre della capacità di collegarli e governarli come un sistema.

Destagionalizzare non basta

Per distribuire i benefici del turismo si propone opportunamente una strategia fondata su quattro azioni: destagionalizzare, decongestionare, delocalizzare e digitalizzare. È una direzione condivisibile. Un Paese che concentra gran parte della propria economia turistica in poche settimane dell’anno produce sovraffollamento, precarietà occupazionale, inefficienze e pressione sui servizi. Analogamente, continuare a indirizzare i flussi verso le sole città d’arte significa aumentare la congestione di alcune destinazioni e lasciare inutilizzate molte risorse delle aree interne. Ma trasferire una parte dei visitatori dalle città ai borghi non garantisce automaticamente uno sviluppo migliore.
Esistono due modi molto diversi di “delocalizzare” il turismo. Il primo distribuisce opportunità, sostiene economie locali, recupera patrimoni e genera nuova vitalità. Il secondo trasferisce nei centri minori le medesime distorsioni dell’overtourism: consumo accelerato dei luoghi, aumento degli affitti brevi, espulsione dei residenti, banalizzazione delle tradizioni e dipendenza da un’economia stagionale.
Un borgo non è un prodotto da confezionare né uno scenario da offrire al visitatore. Prima di essere una destinazione, è un luogo abitato.
Il diritto di visitare un luogo non può trasformarsi nel diritto di consumarlo.

Dal borgo-destinazione al borgo-capacità

La sfida consiste allora nel passare dal borgo-destinazione al borgo-capacità. Un borgo-capacità utilizza la cultura non soltanto per attrarre persone, ma per ampliare le possibilità di chi vi abita: formarsi, lavorare, intraprendere, partecipare e progettare il proprio futuro.
In questa prospettiva, la cultura può alimentare scuole dei mestieri e dell’artigianato, residenze artistiche, laboratori digitali, imprese creative, recupero del patrimonio inutilizzato, agricoltura di qualità e nuove forme di cura del paesaggio. Può favorire l’incontro tra generazioni, restituendo valore ai saperi locali senza trasformarli in folclore. Può attirare giovani, ricercatori, professionisti e innovatori, creando occasioni per restare o per tornare. Il turismo diventa così una componente dello sviluppo territoriale, non il suo unico orizzonte.
Non basta, infatti, portare visitatori in un borgo se continuano a mancare trasporti, servizi sanitari, scuole, connessioni digitali e opportunità di lavoro qualificato. Né si può parlare di rigenerazione quando la crescita delle presenze rende più difficile la vita quotidiana dei residenti o quando il valore prodotto viene quasi interamente trasferito fuori dal territorio. La cultura rigenera un borgo quando non aumenta soltanto le presenze, ma accresce le capacità della comunità.

Turismo culturale e adattamento climatico

Anche la diffusione del cosiddetto noctourism, favorita dalle sempre più frequenti ondate di calore, merita attenzione. Musei, siti archeologici, festival e itinerari serali possono rendere l’esperienza culturale più piacevole e distribuire diversamente i flussi nell’arco della giornata.
Ma non è sufficiente spostare le attività dal giorno alla sera. Cambiare gli orari significa riprogettare trasporti, illuminazione, accessibilità, gestione delle emergenze e tutela del lavoro notturno. Significa proteggere i residenti dal rumore e garantire condizioni adeguate anche ad anziani, bambini e persone con disabilità. L’adattamento climatico non è un semplice aggiustamento del calendario: richiede capacità organizzativa e un nuovo modo di progettare servizi, spazi e lavoro. Anche questa è Sicurezza Aumentata.

Una diversa misura del successo

Per valutare una strategia culturale non bastano dunque arrivi, pernottamenti e spesa media. Accanto agli indicatori economici dovremmo misurare quanti giovani sono rimasti o sono tornati, quante imprese locali sono nate, quanti edifici sono stati recuperati, quali competenze sono state generate, quanto valore è rimasto nel territorio e quanto è migliorata la qualità della vita degli abitanti. La vera domanda non è soltanto quante persone un borgo riesca ad attirare, ma quale futuro riesca a rendere possibile.
È questa la prospettiva dell’Umanità Aumentata: non utilizzare la cultura per mettere i territori in vetrina, ma per restituire loro autonomia, capacità e futuro. Un borgo è davvero vivo non quando è pieno di visitatori per qualche settimana, ma quando le persone possono scegliere di abitarlo, custodirlo, trasformarlo e consegnarlo alle generazioni successive.
Il successo non coincide con l’aumento dei consumatori di un territorio. Comincia quando aumentano i suoi custodi, i suoi innovatori e i suoi cittadini.

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