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ETS europeo, competitività e futuro: una falsa contrapposizione

di NOI – NEXT OPEN INNOVATION

Le recenti prese di posizione di Confindustria contro alcuni aspetti del sistema europeo ETS meritano attenzione e rispetto. Nessuno può ignorare le difficoltà che molte imprese stanno affrontando in una fase caratterizzata da forte competizione internazionale, costi energetici elevati e profonde trasformazioni tecnologiche.  Sarebbe tuttavia un errore leggere il dibattito come uno scontro tra economia e ambiente.

Il sistema ETS (Emission Trading System) nasce da un principio semplice: chi produce emissioni che contribuiscono al cambiamento climatico deve progressivamente internalizzarne il costo. Non si tratta di una punizione nei confronti delle imprese, ma di un meccanismo economico finalizzato a orientare investimenti, innovazione e comportamenti produttivi verso modelli più sostenibili.

Le preoccupazioni del sistema industriale sono comprensibili. Esiste infatti il rischio che alcune produzioni possano perdere competitività rispetto a Paesi che non adottano standard ambientali analoghi. È un tema reale che richiede risposte intelligenti, attraverso incentivi all’innovazione, sostegno agli investimenti verdi, formazione delle competenze e strumenti di tutela contro la concorrenza sleale. Tuttavia proprio qui emerge il limite di una parte delle critiche rivolte all’ETS.

Spesso esse si concentrano sui costi immediati della transizione, trascurando i costi enormemente più elevati dell’inazione. Chi paga i danni delle alluvioni? Chi paga la desertificazione di interi territori? Chi paga le perdite agricole dovute alla crisi climatica? Chi sostiene i costi sanitari derivanti dall’inquinamento? Chi finanzia la ricostruzione delle infrastrutture distrutte dagli eventi estremi? Questi costi esistono già oggi e tendono ad aumentare.

La vera questione, dunque, non è scegliere tra crescita e sostenibilità. È costruire un modello di crescita che non comprometta le condizioni stesse che rendono possibile lo sviluppo.

In questa prospettiva, la transizione ecologica non rappresenta soltanto un vincolo. Rappresenta anche una straordinaria opportunità industriale, occupazionale e culturale. Le imprese che sapranno innovare processi, prodotti e modelli organizzativi saranno probabilmente le più competitive nel medio e lungo periodo. Le economie che investiranno in energia pulita, economia circolare, ricerca, competenze e tecnologie sostenibili saranno quelle meglio posizionate nei mercati del futuro.

Questa riflessione si collega direttamente alla visione dell’Umanità Aumentata che stiamo progressivamente elaborando.

L’Umanità Aumentata non è soltanto una riflessione sull’intelligenza artificiale o sulle nuove tecnologie. È una proposta culturale che mette al centro la capacità di governare le grandi transizioni del nostro tempo: quella digitale, quella demografica, quella sociale e quella ambientale.

Da questa prospettiva, il sistema ETS non va considerato un semplice strumento tecnico o burocratico. Esso rappresenta uno dei tentativi più avanzati di orientare il mercato verso obiettivi collettivi di lungo periodo.

Può e deve essere migliorato. Può essere reso più equo, più efficace e più attento alle specificità produttive dei territori. Ma la sua logica di fondo appare coerente con una visione europea dello sviluppo che cerca di tenere insieme competitività, responsabilità ambientale, innovazione e giustizia intergenerazionale.

La vera sfida non consiste nel rallentare la transizione. Consiste nel governarla.

Perché il futuro non appartiene alle economie che consumano più risorse. Appartiene alle società che imparano a generare valore economico, sociale e ambientale nello stesso tempo.

Ed è precisamente questa la direzione verso cui dovrebbero convergere imprese, istituzioni, territori e cittadini.

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