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Perché il futuro del business ha bisogno degli artisti (e non è una metafora)

di Marketing Toys SRL Società Benefit

C’è una cosa che le organizzazioni fanno sempre quando il mondo diventa complicato: aggiungono controllo. Più analisi, più previsioni, più dashboard. Come se il problema fosse non sapere abbastanza, e non — come invece spesso è — non vedere abbastanza.

È comprensibile. Quando l’incertezza cresce, la prima reazione è stringere. Chiudere. Ridurre tutto a qualcosa che stia dentro un modello.

Ma la complessità non è un bug. È il sistema operativo in cui viviamo. E non sempre entra in un foglio Excel.

Negli ultimi anni si sta facendo strada una domanda che mette a disagio: e se nei luoghi dove si prendono le decisioni servissero anche gli artisti? Non per rendere le slide più belle. Non per il workshop creativo del venerdì pomeriggio. Per qualcosa di molto più scomodo: portare dentro i board una postura mentale capace di stare nel dubbio. Di sentire le tensioni prima che diventino crisi. Di cogliere connessioni che i dati da soli non vedono.

L’artista, in questo senso, è una figura sistemica. Abita i margini. Osserva ciò che non è ancora evidente. Traduce l’ambiguità in immagini comprensibili.

Ecco il punto: molte organizzazioni non soffrono per mancanza di dati. Soffrono per eccesso di linearità. Pianificano con rigore — ma dentro cornici che nessuno mette in discussione. Ottimizzano processi, ma raramente si fermano a chiedersi quali storie profonde stanno orientando le scelte. Ogni impresa, ogni territorio, ogni istituzione è attraversata da miti impliciti, metafore dominanti, narrazioni non dette. Ignorarle non le rende meno potenti. Le rende solo invisibili.

Integrare l’immaginazione nei processi decisionali significa portare alla luce queste storie. Concedersi uno spazio in cui il futuro non è una proiezione automatica del passato, ma un campo di possibilità da esplorare.

E attenzione: immaginare non è fantasticare. È un atto strategico. È allenarsi a vedere alternative prima che le alternative diventino necessità. È accettare che alcune intuizioni hanno bisogno di tempo per sedimentare, che non tutto può essere misurato subito — e che va bene così.

In un’epoca di trasformazioni ecologiche, tecnologiche, culturali, la sola efficienza non genera direzione. Serve visione. Serve capacità narrativa. Serve il coraggio di abitare l’incertezza senza chiuderla troppo in fretta.

Forse la vera domanda non è se inserire un artista in organigramma. È quanta immaginazione siamo disposti a tollerare nei nostri processi. Quanto spazio diamo alle domande scomode. Quanto valore attribuiamo a ciò che non produce un KPI immediato.

Le organizzazioni che generano impatto duraturo non sono solo quelle che pianificano meglio. Sono quelle che riescono a costruire immaginari condivisi. Che sanno raccontare un futuro prima ancora di realizzarlo.

In fondo, ogni grande transizione della storia è stata preceduta da un cambio di immaginario. Non da un cambio di spreadsheet.

Per chi vuole approfondire questa prospettiva, esiste un manifesto che esplora proprio questa possibilità: What if Artists Were Your Strategic Weapon in the Boardroom?

La domanda resta aperta: possiamo davvero permetterci di decidere il futuro senza immaginarlo?

Infographic: Designed by Manifesto — Evolved from a number of resources including Culture Hive Research and Brian Eno & Bette A. What Art Does.

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